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Anna Maria Succio e la vita vista dal sellino della bici, in 25 anni ha corso in 80 campionati italiani

AGLIÈ. Oggi pomeriggio Anna Maria Succio non risponderà al telefono. Sarà lì, incollata al televisore, con gli occhi fissi sulle immagini che arrivano da Siena per la Strade Bianche. «Non mi muoverò nemmeno per un istante», confessa con la determinazione di chi quel vento e quel fango li conosce bene.

Nata a Torino il 20 marzo del 1954, ma cresciuta tra i paesaggi del Canavese, tra Agliè, San Benigno Canavese e Bairo, Anna Maria non ha semplicemente scelto la bicicletta: ci è nata sopra. Per lei, il sellino non è un accessorio, ma il punto di osservazione privilegiato da cui ha sempre guardato il mondo, macinando chilometri e collezionando imprese sportive che raccontano una passione mai scalfita dal tempo.

LA PRIMA BICICLETTA

Era il 1965 e Anna Maria e suo fratello Domenico ricevono da zia Margherita, in regalo, la loro bicicletta: una Legnano per Domenico e un’Atala azzurra per Anna Maria. La storia è dalla sua parte. Atala vinse la prima edizione del Giro d'Italia nel 1909 con Luigi Ganna. La passione divampa. Iniziano i giri lunghi sulle strade allora polverose del Canavese: Montalenghe, Villate, San Martino Canavese. Nel 1971 succede uno dei tanti episodi nella vita agonistica di Anna Maria che hanno del magico. Lei ha 17 anni. Il giorno è quello della festa patronale di San Massimo ad Agliè e in programma c’è anche il passaggio di una corsa ciclistica. «Noi volevamo andarci e i nonni ci raccomandarono prudenza per via delle strade chiuse. Ma noi eravamo curiosi di andarci e così facemmo – racconta Anna Maria –. Mentre i giovani ciclisti sfrecciavano via, arrivò il commento scherzoso del fratello: li avresti battuti tutti!». La frase attirò l’attenzione di un osservatore d’eccezione: un dirigente sportivo, colpito da quello scambio di battute, colse l'attimo e propose alla futura campionessa di mettersi alla prova in sella.

GLI INIZI

Cominciò così la carriera di Anna Maria all’Unione Ciclistica Ivrea, seguita da Aldo Caccini, che negli anni ’70 aveva organizzato una squadra femminile, della quale facevano parte anche Diana Golfetto di Romano Canavese, Franca Audo Gianotti di Rivarolo e Loredana Enrico di Ivrea. A metà degli anni ’70 Anna Maria comincia a gareggiare per squadre prestigiose come la Pregnante di Milano e la Baby Terraneo di Como. Ma nel mentre trova anche il tempo di diplomarsi alla scuola d’arte di Castellamonte e nel 1976 di laurearsi in Farmacia.

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Nel 1978 partecipa ai mondiali professionisti di Brauneberg in Germania e l’anno dopo partecipa ai mondiali di Valkenburg in Olanda. L’età avanza e si cambia di categoria: si passa alla categoria Master. Dal 1983 al 2008 Anna Maria partecipa a 80 campionati italiani vincendo tutte le prove previste: strada, cronometro, salita, pista, chilometro da fermo e chiude la sua carriera con la vittoria ai campionati italiani 24 ore Mtb. Anna Maria non si è mai fermata. Anzi no, veramente si è fermata solo una volta. «Il 29 giugno del 1972 partecipavo ad una gara ciclistica internazionale su strada ed ero una delle favorite – ricorda –. Nel finale della gara, in prossimità del traguardo, vedo una persona che andava avanti e indietro. Mi sembrava un vecchietto e penso che attraverserà la strada e andrà via. Lo vedo al bordo della carreggiata e quando passo invece di allontanarsi si sposta al centro della strada e così io cado per terra. Risultato? Clavicola rotta e commozione cerebrale».

GIALLO RISOLTO

Ma è proprio qui che la cronaca sportiva sfuma nel mistero. L'uomo viene bloccato e l'incredibile verità viene a galla: non è un passante distratto, ma un giudice di gara. Dal risultato delle indagini condotte dai carabinieri emerge che è stato un sabotaggio pianificato. «La Succio si ferma solo in questo modo!», ci scherza su. Grande protagonista del ciclismo nazionale Anna Maria diventa anche amica dei grandi campioni del passato come Francesco Moser (“spesso vado a trovarlo e a comprare i suoi vini”) e Giuseppe Saronni. Amicizie coltivate e portate avanti nel tempo. Ma un posto particolare è per Gianni Motta, vincitore del Giro d’Italia del 1966, che al termine della carriera agonistica avvia un’attività di produzione di telai, molto apprezzati tra gli amanti della bicicletta da corsa. «Ho corso una vita sulle biciclette di Gianni Motta e ne ho ancora una gelosamente custodita in mansarda. La custodisco gelosamente, non la darei via per niente al mondo», racconta l’atleta con gli occhi che brillano. Gianni Motta, si sa, per lei voleva solo il meglio: la meccanica più fluida e, soprattutto, l'estetica più d'impatto. E ora lei ricorda ancora quella volta in cui Motta le propose l'ultimo modello, sprizzando entusiasmo da tutti i pori per una novità cromatica assoluta: il color “fragolino". Ma Anna Maria, che in sella cercava grinta, non ne volle sapere. «Con quel colore mi avrebbero presa tutti in giro!», confida oggi ridendo di gusto. Gianni Motta, che non era tipo da farsi dire due volte di cambiare registro, non perse un secondo: nel tempo di una volata fece sparire quel rosa sospetto e accontentò il desiderio della sua campionessa. Risultato? Anna Maria tornò a casa con il suo colore del cuore: un elegantissimo, velocissimo e serissimo blu BMW. Altro che fragolino!

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IL QUOTIDIANO

Dietro questi successi c'è una routine spartana. Assistente alla poltrona nello studio dentistico del marito e madre, Anna Maria iniziava la giornata alle quattro del mattino per gestire la casa, prima di salire in sella per ore di allenamento intensivo. Oggi la storia di Anna Maria Succio resta quella di una sportiva vera, capace di pedalare attraverso le diverse stagioni del ciclismo con la stessa determinazione con cui sfidava le salite di casa nel Canavese. Il suo è un segno concreto, lasciato in un’epoca in cui correre significava soprattutto fatica e determinazione. Proprio per questo Paolo Ghiggio ha scelto di non dimenticarla, inserendola tra le icone piemontesi nel suo libro “Quando Alfonsina faceva la sartina”. Un riconoscimento meritato per chi, tra i tornanti, ha saputo scrivere una pagina autentica di sport.

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