Nella storia della famiglia nel bosco vedo una grave inadeguatezza delle istituzioni di tutela
Sono ormai mesi che sulle pagine dei quotidiani viene aggiornata la storia della cosiddetta famiglia nel bosco. In tempi di guerra, forse non è questo l’argomento principale di cui ci si dovrebbe occupare, ma a suo modo come vengono costruite e trattate le notizie è un indicatore di quale sia la qualità dei processi di costruzione del dibattito pubblico.
La storia della famiglia è semplice: inizia con una segnalazione per un potenziale pregiudizio da parte dei genitori nei confronti di tre bambini di otto e sei anni ai servizi sociali dopo un ricovero ospedaliero, a cui segue la scoperta delle abitudini di vita neo-rurale della famiglia, diversi mesi di negoziazioni con l’assistente sociale per arrivare alla revoca della potestà genitoriale e alla messa in protezione dei figli in una struttura protetta.
Il modo con cui la notizia rimbalza sui media esalta la polarizzazione dell’opinione pubblica. Una parte si schiera contro i genitori rei di volere gestire i figli senza rispetto dei loro diritti costituzionali (salute, inclusione sociale) mentre un’altra si scaglia contro giudici e assistenti sociali che spezzano una famiglia felice in nome di sordidi intenti.
La spettacolarizzazione della diatriba impone il reclutamento di personaggi dei più improbabili: politici, opinionisti, rappresentanti di corporazioni professionali e influencer vari. Come ogni messa alla gogna pubblica, i protagonisti sono tutti travolti dal clamore mediatico. Genitori, giudici, assistenti sociali e educatori sono messi in un frullatore che tutto ingoia, spezzetta e risputa fuori masticato e informe. Come scriveva il compianto Guy Debord, lo spettacolo funge da meccanismo primario di controllo nelle società capitalistiche ed è eguale se il risultato è il degrado della vita delle persone che sono trasformate in oggetti da visionare e commentare in un gioco di distrazione di massa sempre più colossale.
Come è stato ormai ampiamente studiato dagli psicologi sociali, l’esposizione ripetuta a discorsi polarizzati sui media favorisce un modo di pensare dicotomico che aumenta le vendite e gli incassi pubblicitari delle piattaforme mediatiche, ma pregiudica gravemente la capacità di comprensione e valutazione dei fenomeni spettacolarizzati. Mentre si discute se l’atteggiamento della madre dei bambini è poco collaborativo nei confronti degli educatori della casa famiglia in cui sono ospitati i figli, o se giudici e assistenti sociali hanno fatto bene o male a mettere temporaneamente in protezione i bambini, poco si dice e poco si discute su cosa realmente significhi vivere una vita sospesa senza sapere se e quando questa sospensione avrà fine.
Senza entrare nel merito delle ragioni dei genitori e delle istituzioni, quello che la storia della famiglia nel bosco dovrebbe insegnare è la grave e strutturale inadeguatezza dei meccanismi istituzionali di tutela delle persone di cui sono responsabili i politici che scrivono le leggi, i funzionari che le applicano senza protestare, i commentatori che costruiscono notizie per alimentare gli scontri emotivi tra le opinioni.
Quando un minore entra in una struttura, così come accade per chi ha a che fare con la legge, il più delle volte inizia un ‘tempo sospeso’ di cui non si conosce il termine. Figli e genitori della famiglia del bosco restano da mesi in struttura in attesa di diagnosi psichiatriche sociali burocratiche che sono prorogate e non arrivano; ma quando arrivano ancora sono incomplete. Intanto una madre con tre figli diventa aggressiva e qualcuno magari si stupisce o si scandalizza, come se restare mesi in condizioni di insicurezza estrema fosse una condizione naturale per gli esseri umani. E nel frattempo anche gli operatori dei servizi sono fatti oggetto di odio come accaduto a Bibbiano, con anni di gogna e paura di uscire per strada per poi essere tutti riabilitati.
Ecco: forse tutti quelli che hanno fatto irruzione sulla scena per motivi di tornaconto politico, di difesa corporativa delle professioni, o di furba capacità di sfruttare il palco per aumentare la visibilità mediatica, qualche domanda dovrebbero porsela. Può essere che i figli della famiglia del bosco vadano tutelati, ma non in un tempo sospeso, in balia di una burocrazia e una normativa che protraggono nel tempo stati di ansia, paura, difficoltà di comprensione della situazione che inevitabilmente finiranno in traumi difficili da superare, di cui nessuno nell’attuale sistema sarà mai responsabile.
La società dello spettacolo chiede sempre un tributo da pagare. Responsabilità di chi tiene ai diritti delle persone è demonizzare le operazioni di cattura e monetizzazione dell’attenzione che sono i più deboli a subire, e reagire e alzare la voce contro un sistema che dietro la parvenza della fondatezza morale della norma rischia di generare mostruosità e ferite che non si chiudono più.
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