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Kelany: “Torino e Lione lo dimostrano, c’è un’internazionale dell’antagonismo violento. Ma la sinistra tace”

«Occorre fare chiarezza sulle connessioni tra realtà transnazionali che mostrano un comune intento violento e sovversivo». È uno dei passaggi salienti dell’intervista rilasciata da Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia e responsabile del dipartimento Immigrazione, al settimanale francese Le Journal du dimanche. Un appello a indagare le reti dell’antagonismo europeo, dopo i violenti scontri del 31 gennaio a Torino.

«A Torino una vera e propria guerriglia»

Secondo Kelany, la manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna «era stata indetta già con intenti violenti». Ee si è trasformata in «una vera e propria guerriglia ai danni delle forze dell’ordine». Il centro torinese, sostiene la deputata, è «da oltre trent’anni il braccio armato di movimenti di piazza» protagonisti di scontri e devastazioni. In piazza, ricorda la parlamentare, erano presenti anche esponenti di Alleanza Verdi e Sinistra. «I disordini erano preannunciati e prevedibili», accusa, parlando di ambiguità politiche nei confronti dell’area antagonista: «La sinistra italiana fatica a prendere posizioni chiare, perché sono il loro bacino di voti».

L’aggressione al poliziotto preso a sprangate

Tra gli episodi più gravi, l’aggressione a un agente di polizia. «È stato preso a calci, pugni, sprangate. Ed è stato colpito perfino con un martello. È stato salvato dai colleghi e ora, nonostante le ferite, sta bene», afferma Kelany, elogiando la professionalità delle forze dell’ordine. Sono circa trenta le persone indagate per devastazione, lesioni personali, porto d’armi improprio e resistenza a pubblico ufficiale; tre gli arrestati.

Il caso Lione e la rete europea

Nell’intervista al settimanale francese, la deputata collega i fatti italiani a un contesto più ampio. Parla di una «sorta di internazionale dell’antagonismo», sottolineando la presenza a Torino di attivisti provenienti da altri Paesi europei: «Non escludo che alcuni arrivassero dalla Francia». E aggiunge: «Realtà extraparlamentari come il Nuovo Pci hanno sede lì». Kelany richiama l’uccisione a Lione del giovane Quentin, indicandola come un campanello d’allarme sulla radicalizzazione di certi ambienti estremisti: «Un ragazzo poco più che ventenne. Morto sotto i colpi dell’odio politico». Ricorda poi come l’Italia abbia già vissuto stagioni di violenza politica. È il caso dell’omicidio di Sergio Ramelli, «militante del Fronte della Gioventù colpito al capo con una chiave inglese da un commando di Avanguardia Operaia». Simbolo di una spirale d’odio che «non deve più tornare». Kelany cita, inoltre, la presenza a Roma di Raphaël Arnault, cofondatore della Jeune Garde, durante un’aggressione a militanti di Fratelli d’Italia, ribadendo la necessità di approfondire i legami tra gruppi italiani e francesi.

I legami con Hamas delle piazze pro Pal

Un altro passaggio centrale riguarda i rapporti tra sinistra extraparlamentare e ambienti islamisti radicali. Dopo il 7 ottobre, afferma Kelany, «le piazze italiane sono state infiammate da manifestazioni pro Palestina organizzate anche con sigle della sinistra radicale». La deputata richiama l’inchiesta che ha portato alla misura cautelare in carcere per Mohammed Hannoun. Accusato dagli investigatori di aver raccolto fondi destinati a Hamas con il pretesto di iniziative di sostegno alla causa palestinese. «Se non sono indici di legami questi, non so cos’altro serva», sostiene, parlando di connessioni che meritano ulteriori approfondimenti.

Il nuovo pacchetto sicurezza del governo

Kelany difende infine la linea dell’esecutivo. «Il governo ha reagito con un nuovo pacchetto sicurezza», spiega, ricordando l’introduzione del fermo preventivo fino a dodici ore per chi partecipa alle manifestazioni con oggetti atti a offendere. E le nuove tutele per le forze dell’ordine nei casi in cui emergano elementi di legittima difesa. «Sono strumenti che rafforzano la prevenzione e garantiscono che le forze dell’ordine non siano disincentivate a intervenire», conclude.

Un’intervista che accende il faro su legami e connessioni pericolose, che andrebbero indagate a fondo per impedire il ritorno di vecchie stagioni di odio politico e violenza, in un contesto segnato dalle nuove tensioni internazionali.

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