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Sotto il mare siamo indifesi: ecco come si può colpire un Paese senza farsi vedere

«Fino a 40 metri basta un semplice sub ricreativo per compiere un attentato alle infrastrutture di un Paese. Fino ad 80, invece, possono entrare in azione subacquei in possesso di brevetti tecnici, che sono molto diffusi anche tra chi pratica questa disciplina per pura passione», racconta con una tranquillità disarmante l’incursore di Comsubin, le forze speciali della Marina militare italiana, che abbiamo di fronte. Niente nome, niente generalità. Solamente la sua professione. «Si può andare anche oltre, fino a 150 metri, se si hanno a disposizione subacquei tecnici specializzati, mentre per profondità superiori è necessario ricorrere a droni sottomarini», conclude.

Parla come se piazzare una bomba nelle profondità del mare fosse la cosa più naturale del mondo. Come se inabissarsi là dove tutto è nero e incerto fosse facile. Alle spalle ha anni di addestramento e di missioni all’estero. In acqua e fuori, anche se preferisce il primo elemento. C’è l’Afghanistan, dal quale sono passati tutti quelli della sua età. E pure l’Iraq. Citiamo altri Paesi ma si chiude: «Di questo non posso parlare. Segreto di Stato. Stop».

Il precedente del Nord Stream e il sabotaggio della Seajewel

Torniamo all’acqua. Anzi, a una data che ha segnato uno spartiacque: 26 settembre 2022. Quel giorno un gruppo di sommozzatori ucraini raggiunge il gasdotto Nord Stream e lo fa saltare in aria. Subito però – è il fumo dell’informazione di guerra – cominciano a circolare teorie strampalate: i russi si sarebbero auto sabotati. Gli ucraini, si diceva, non sarebbero mai stati in grado di realizzare un’azione simile.

Eppure, effettuare un attentato come quello del Nord Stream è piuttosto facile, spiega l’incursore: «Tutto ciò che si trova sott’acqua è molto più vulnerabile di quello che sta sulla terraferma. Certo, reperire l’esplosivo non è semplice, ma in Italia è già stato fatto: il 14 febbraio del 2025, per esempio, la Seajewel, una nave della flotta ombra russa, è stata colpita al largo di Savona utilizzando due ordigni magnetici piazzati sulla chiglia». Anche in questo caso, tutte le piste portano a Kiev anche se non è mai stato trovato il colpevole.

La nave spia russa e le mappe dei fondali italiani

Ciò che è sott’acqua e su di essa è, ci si passi il gioco di parole, terra di nessuno. O quasi. Le infrastrutture vengono monitorate dalla superficie ma non è sufficiente. «Eppure», nota con un sorriso sarcastico l’incursore, «da tempo la nave spia russa Yantar, per conto del Direttorato principale per le ricerche in acque profonde (Gugi), ha a lungo mappato questi insediamenti, anche in Italia, senza che nessuno dicesse alcunché».

Il problema è strutturale. La differenza tra offesa e difesa è spropositata. «La storia è sempre maestra di vita, soprattutto in battaglia. Durante la Seconda guerra mondiale, i tedeschi avevano un grande vantaggio, dato dagli U-Boot. Le potenze che combattevano il nazismo hanno investito moltissime risorse per individuarli, ma ci sono voluti oltre cinque anni per farlo. Oggi ci troviamo in una situazione simile», conclude.

Eolico offshore e gas: infrastrutture strategiche esposte

Il gap è ancora più impressionante se si pensa che l’Italia, come gli altri Paesi europei, sta investendo miliardi per riarmarsi, lasciando però i mari in balìa di pericoli già reali. La svolta green ha spinto verso impianti eolici offshore come Barium Bay, Mistral e Sicily South. L’obiettivo è l’indipendenza energetica, una sorta di autarchia del gas resa necessaria dall’invasione russa dell’Ucraina. Ma proprio come il Nord Stream, queste infrastrutture restano estremamente vulnerabili.

«Le costruzioni di superficie», prosegue l’incursore indicando una cartina, «possono essere attaccate in tre modi. Via aerea, impiegando droni, spesso anche a basso costo. Via mare, utilizzando gli Usv». Si ferma un istante. «Unmanned surface vehicle, imbarcazioni a pilotaggio remoto. Sono difficilmente individuabili, come hanno dimostrato gli ucraini affondando anche navi da guerra russe. Infine, sotto la superficie del mare utilizzando droni sottomarini, mini sommergibili, veicoli a propulsione subacquea guidati da operatori». Individuare questi attacchi, spiega, è quasi impossibile.

«Il 48% dei sabotaggi resta un mistero»

Solamente qualche mese fa, l’ammiraglio Cristiano Nervi, al terzo forum Space & Blue, aveva lanciato un allarme netto: «I danneggiamenti alle infrastrutture subacquee sono molto più frequenti di quanto si possa immaginare. Sono quasi tutti di natura antropica, ma il 48 per cento resta un mistero: non si sa chi li ha realizzati. In gran parte si tratta di eventi malevoli. Bisogna creare strumenti di controllo per dirci che un mezzo si sta avvicinando proprio per danneggiare una struttura. Dobbiamo esser pronti a reagire e servono mezzi in grado di operare a 3 mila metri di profondità. Dobbiamo essere in grado di fare deterrenza con dotazioni che possano minacciare chi vuole danneggiare i nostri manufatti sottomarini».

Tutto questo, però, ammette amaramente l’ammiraglio, attualmente non c’è.

Un ritardo di 10-15 anni sul fronte subacqueo

«Siamo tremendamente in ritardo», insiste l’incursore. «La capacità offensiva subacquea ha un vantaggio di almeno 10, forse 15 anni, mentre quella di superficie di circa 10 anni. Il costo di chi attacca è nettamente inferiore rispetto a quello di chi si difende. Ancora per lunghi anni non saremo protetti».

Servono sinergie tra Difesa e industria, maggiore attenzione nella scelta dei siti dove costruire nuove infrastrutture, simulazioni digitali delle minacce, integrazione tra sistemi di difesa e un legame solido tra infrastruttura spaziale e subacquea.

Perché è lì, tra le ombre del mare, che si nasconde la vera ricchezza. È lì che si trovano risorse circa 40 volte superiori a quelle presenti sulla terraferma, decisive per lo sviluppo tecnologico e per le materie rare che alimentano la nuova corsa globale.

La nuova corsa allo spazio passa dal mare. E per guardare in alto, bisogna prima imparare a difendere ciò che si nasconde in fondo.

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