WTA Austin, ecco la “stanza della rabbia”: un luogo dove sfogarsi lontano da occhi indiscreti
Durante l’ultimo Australian Open è dipanata un’importante questione che pone l’accento sulla privacy delle giocatrici e dei giocatori durante i tornei. Nonostante già da tempo il mondo del tennis si sia conformato all’evoluzione tecnologica universale, con telecamere piazzate praticamente ovunque nelle sedi dei tornei, lo scorso gennaio a Melbourne ha fatto discutere quanto successo a Coco Gauff.
Dopo la sconfitta per mano di Elina Svitolina, la statunitense voleva sfogare la propria frustrazione senza riflettori puntati addosso, ma a niente è valsa la ricerca di un luogo appartato. È stata raggiunta pure lì dalle riprese, che ovviamente hanno fatto il giro dei social e delle TV.
Molte protagoniste del circuito WTA si sono espresse contro il Truman Show di cui sono protagoniste involontarie – qui trovate le dichiarazioni.
Se le tenniste vorrebbero avere dei momenti per loro stesse, Novak Djokovic e Craig Tiley, ex capo di Tennis Australia e CEO in pectore dell’USTA, sostengono che sia ormai difficile tornare indietro.
Il WTA 250 di Austin promuove la propria “rage room”
“La WTA è al fianco delle giocatrici e sostiene le loro preoccupazioni circa l’uso delle telecamere all’Australian Open”. Inizia così il comunicato di presa di posizione della WTA, che sottolinea l’importanza di ascoltare le proprie giocatrici. “È una richiesta giusta e umana, le atlete hanno bisogno di uno spazio dove potersi ricreare senza sentirsi sotto osservazione. Fornire simili spazi è nostra responsabilità in quanto mondo dello sport”.
A tal proposito, l’ATX Open, WTA 250 di Austin, ha optato per organizzare una propria “stanza della rabbia” dove le partecipanti al torneo possono sfogarsi lontane da occhi indiscreti.
“Vi presentiamo la stanza ATX Open – la prima nel suo genere – dove le giocatrici possono esprimere privatamente frustrazione o emozioni in un ambiente sicuro e senza telecamere“ si legge sui canali social della competizione.
La questione non affonda certo le radici in tempi recenti. Tuttavia la tecnologia sempre più imperante, tra telecamere e macchine fotografiche degli addetti ai lavori, ma anche telefoni dei tifosi pronti a catturare ogni scena, ha quasi definitivamente sfumato i confini tra persona e personaggio sportivo.
Con l’eco della lezione pirandelliana sulle macchine, “mostri, che dovevano rimanere strumenti e sono divenuti invece, per forza, i nostri padroni”, ad Austin si cerca di tamponare la deriva con un atto simbolico.