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Olimpiadi, la giostra è troppo eccitante per smettere. Ma la proposta dei Giochi veneti è un film già visto

La festa non finisce mai. Le luci non si sono neppure spente sulle XXV Olimpiadi Invernali, gli organizzatori non hanno ancora smesso di complimentarsi l’uno con l’altro per lo scampato pericolo del fiasco planetario, che i soliti noti hanno avuto l’ideona. Girare forsennatamente sulla giostra degli affari, degli appalti, dei soldi pubblici, degli sprechi e dei cantieri incompiuti è troppo eccitante per pensare di smettere. Potrebbero andare in crisi di astinenza dopo sei anni di promesse, annunci, bugie e luci della ribalta. Ecco partire per primo l’ex governatore veneto Luca Zaia, che per titillare l’interesse delle redazioni dei giornali si è rivolto all’agenzia Reuters, poi ha affidato i suoi pensieri al web, infine ha cominciato a rilasciare interviste.

“Olimpiadi estive in Veneto? Perché no! Se non battiamo il ferro finché è caldo, prima di rivedere un evento così dovremmo aspettare decenni. La Francia ha ospitato le Olimpiadi estive due anni fa e ospiterà quelle invernali tra quattro anni: questo dimostra che visione e coraggio fanno la differenza. Dopo aver spinto con determinazione perché Cortina d’Ampezzo diventasse sede delle Olimpiadi invernali, ora la sfida è ancora più grande: portare i Giochi estivi nel Nord Est, per una grande Olimpiade italiana. Dobbiamo essere sognatori e visionari. Candidarsi oggi è quasi un dovere morale”. Per essere preso sul serio, ha detto di avere già un piano in testa, sarebbero le Olimpiadi del Veneto, da Venezia al Lago di Garda. Praticamente i territori della Serenissima Repubblica. “Sono pronto a parlarne con Giorgia Meloni”.

A zittire cotanto entusiasmo basterebbero le parole dello scrittore padovano Matteo Righetto, autore di romanzi ambientati sulle montagne del Nordest, che al Corriere del Veneto ha dichiarato: “Quando organizzi una festa in casa tua è tutto bello, fino a una certa ora. Poi bisogna vedere come la ritrovi il giorno dopo. Viviamo una sorta di incantata fanciullezza permanente: si pensa al divertimento e non alle conseguenze, a quello che resta, a volte anche alle macerie. Continuiamo a ragionare con un paradigma vecchio, come fossimo nel Novecento”.

Eppure l’uscita di Zaia non può essere liquidata con un’alzata di spalle, perché è il segno di un atteggiamento generale molto più profondo che attraversa la politica e il mondo dello sport, con una declinazione locale molto particolare. Una febbre strana ha contagiato i protagonisti del grande show, anche se dietro le quinte i conti e i bilanci veri non sono ancora stati fatti. Sembra il rilancio al tavolo da poker del giocatore incallito, il gesto compulsivo di abbassare la leva di una slot machine, per sentire il tintinnio delle monetine. Ambizione, calcolo, esaltazione. Qualcuno cede alla tentazione, visto che sui giornali si cominciano già ad elencare le sedi di gara possibili e nelle stanze del potere si ipotizza che la data ideale potrebbe essere il 2040, magari a Roma, piuttosto che a Venezia.

Abbiamo già visto tutto. Venezia che si candidava nel 2010, ma veniva brutalmente stoppata dal Coni che votava con maggioranza bulgara a favore del progetto capitolino, poi bloccato dal premier Mario Monti. La ricandidatura di Roma ritirata dalla sindaca Cinquestelle Virginia Raggi, con una scelta che l’ex presidente del Coni Giovanni Malagò dieci anni dopo non ha ancora digerito. Abbiamo già visto le piroette che hanno accompagnato l’edizione invernale appena conclusa, costata almeno due miliardi solo per organizzarla, oltre a cinque miliardi per le opere pubbliche. Abbiamo già letto le cronache dei lavoratori impiegati al freddo con turni di 12 ore in mezzo alla neve, delle cabinovie rimaste incompiute (al pari di opere per altri 3 miliardi di euro), dei pieni poteri assegnati al commissario straordinario per trovare scorciatoie burocratiche e progettuali. Abbiamo visto le gru crescere come foreste e i boschi veri abbattuti per far posto agli impianti sportivi.

È un film già andato in scena. Che bisogno c’è di riavvolgere la pellicola? L’unica persona ad avere un po’ di buonsenso sembra essere il nuovo governatore del Veneto, il leghista Alberto Stefani. Non sembra preoccuparsi del fatto che Luca Zaia, in evidente e faticosa elaborazione del lutto per il potere smarrito, cerchi di continuare a fare quello che faceva quando aveva il comando della giunta, nonostante sia semplicemente il presidente del consiglio regionale, quindi un regolatore di procedimenti legislativi, non un programmatore delle politiche regionali. Di fronte al canto delle sirene olimpiche, il giovane Stefani ha replicato, laconico: “Io voglio essere in prima linea su sociale e sanità veneta”. Poi anche lui ha seguito l’onda. “È un’ipotesi da esplorare, per Venezia sarebbe un orgoglio enorme: credo che ciascun presidente del Veneto sarebbe orgoglioso di qualcosa del genere”.

Chi la sa più lunga di tutti è Giovanni Malagò. Dapprima ha invitato alla calma: “Credo che oggi non sia giusto trattare l’argomento, è prematuro parlarne”. Ma anche lui si è lasciato ingolosire: “Dall’Arena di Verona al Colosseo? Nel mio discorso ho invitato i giovani ad avere il coraggio di sognare in grande”. Messaggio chiarissimo: se c’è una possibilità, questa deve passare dai professionisti della politica sportiva italiana, quindi da Roma. Zaia si consoli, il Veneto ha già avuto il suo momento di gloria.

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