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Dalle sbarre alla piazza di Don Gallo per rappare le loro storie difficili: detenuti minorenni e migranti cantano la voglia di riscatto

Tira fuori la tua vita. Gridala. Fanne una canzone rap. Così qualcuno la ascolterà. “Dicono che i soldi non portano ai sogni/ma almeno il minimo/per i miei bisogni/non rubo per piacere/ma per i sogni di mamma/da quando ho nove anni metto i pensieri nella canna/Dodici anni ho iniziato a spacciare/Quattordici anni ero in carcere a scontare/ Quindici anni condannata a due anni/La mia vita è fatta solo di danni”. Maria è stata ospite dell’Istituto Penale per minorenni di Pontremoli (Massa). Chissà se ha mai avuto un diario, se qualcuno le ha mai chiesto dei suoi anni tanto difficili. Ma non si può vivere senza raccontare, senza comunicare. E così Maria ne ha fatto una canzone rap. L’ha scritta dentro le mura del carcere per sentirsi libera. In dieci strofe è racchiusa una vita.

Maria (il nome è di fantasia) con altre decine di suoi coetanei – tra gli undici e i vent’anni – fa parte del progetto Raplab, un laboratorio rap, lo dice il nome stesso. Ma per capire davvero cosa sia occorrerebbe andare al carcere di Pontremoli dove ogni due settimane arriva lo studio di registrazione mobile per raccogliere le voci delle ragazze ospiti della struttura, registrarle e portarle fuori, oltre le sbarre. Oppure andare il martedì pomeriggio in piazza don Andrea Gallo a Genova, quello slargo nei palazzi del centro storico che ha finito per somigliare nello spirito al prete di strada che gli ha dato il nome. Qui Defence for Children Italia ha fatto nascere il suo laboratorio rap grazie al contributo della Fondazione Altamane Italia e alla partecipazione della crew del Genova Hip Hop Festival. “Non è una scuola, perché qui non si insegna, ma si cerca tutti insieme di scrivere testi, di far nascere canzoni”, spiega Gabriella Gallizia, anima dell’associazione. E racconta: “Qui niente è obbligatorio. Anzi, i ragazzi quando arrivano spesso hanno un’aria cauta, quasi diffidente. Si guardano intorno, cercano di capire di cosa si tratta. Poi vedi che lentamente cominciano ad appassionarsi, si siedono con gli altri, scrivono testi. E alla fine rappano”.

Difficile immaginare vite e storie tanto diverse raccolte intorno allo stesso tavolo: “Abbiamo, appunto, adolescenti che sono ospiti dell’Istituto Penitenziario di Pontremoli e partecipano al nostro esperimento grazie ai dispositivi mobili e agli operatori che li raggiungono”, ricorda Pippo Costella, direttore di Defence for Children, “Ma ci sono anche minori stranieri non accompagnati che sono arrivati da paesi lontani, magari proprio con il gommone, e che vivono nelle comunità di accoglienza”. Per loro il rap è anche una ‘lezione’ di italiano, così ecco nascere canzoni che sono una fusione della nostra lingua e di arabo. Le ragazze dell’istituto penitenziario, i giovani migranti, ma anche loro coetanei del centro storico e perfino di altri quartieri di Genova. Esistenze tanto diverse che si incrociano. Il rap è un modo per raccontare la propria vita. Per non nasconderla più, anzi mostrarla con orgoglio magari dal piccolo palco di piazza don Gallo. Nasce sotto i tuoi occhi: i ragazzi seduti al tavolo, con la testa tra le mani per cercare di tirare fuori pensieri mai detti, ma forse neppure confessati a se stessi. Poi le parole tutte contorte che finiscono sul foglio bianco. Quindi il tentativo di farne strofe, di dare un ritmo. E infine arriva la musica.

Ad accompagnarli c’è Massimiliano Cassaro, in arte Principe, noto Mc (maestro di cerimonia nel gergo hip hop). Lui racconta così la sua esperienza: “Noi cerchiamo di dare la tecnica, le basi per costruire una frase che abbia ritmo e si traduca in musica. Ma proviamo anche a raccontare che il rap viene da una cultura con una storia, quella del movimento hip hop che ha compiuto cinquant’anni”, spiega Principe. Aggiunge: “L’hip hop nasce in America, in quartieri come il Bronx, quando sciagurate rivoluzioni urbanistiche tagliarono le città in due, da una parte i ricchi, dall’altra i poveri. I disperati. Certo, oggi la gente quando immagina i rapper pensa a cantanti con la Lamborghini, ma l’hip hop è soprattutto altro: dare voce a chi non ce l’ha. Prima di vendere dischi e fare soldi, è il canto delle strade. È prendere la propria vita e il microfono in mano e farsi ascoltare”. La passione di Principe gliela senti nella voce: “Io sono felice quando i ragazzi riescono a dare una forma ai loro pensieri. Ma anche quando vedo giovani arrivati da mezzo mondo, che scrivendo una canzone imparano una parola nuova in italiano e se la portano a casa”. Tutto può diventare rap. Proprio come quello stile – il freestyle che si impara anche al Raplab – che insegna come catturare frasi per strada e le trasforma in musica. Ma perfino Dante può diventare rap, racconta Principe.

No, il Raplab non è una scuola. Forse nemmeno un laboratorio. Difficile trovare la parola se ti capita di vedere cosa succede in quella stanza dove i ragazzi si sfogano, imparano a conoscersi e confrontarsi, a esprimersi, a mostrarsi. E il segreto è proprio il rap, che pare aver raccolto il testimone della straordinaria scuola dei cantautori liguri degli anni Sessanta e Settanta. Una volta c’erano Luigi Tenco, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio de André. Oggi sono arrivati Tedua, Bresh, Izi, Olly, Vaz Té, Disme, Nader Shah. E già se ne affacciano altri come Sayf che andrà quest’anno a Sanremo, oppure Helmi Sa7bi che è passato a trovare i ragazzi del Raplab, a raccontare come lui ce l’ha fatta. Già, deve esserci un segreto in Genova che porta gli artisti a crescere e creare insieme. Chissà se sia quel suo porto sempre aperto a chi arriva oppure se si trovi proprio nelle strade strette che spingono a incontrarsi. A confrontarsi. Difficile non pensare allora anche ai comici nati qui, da Beppe Grillo a Maurizio Crozza. E poi, guardando lontano, ai poeti del Novecento: da Eugenio Montale a Giorgio Caproni e Camillo Sbarbaro.

Sembrano così distanti, i Girasoli di Montale, le canzoni di de André e oggi i rap di Tedua e dei ragazzi del Raplab, ma forse un filo li unisce. Genova. Certo, è un po’ azzardato e chissà come la prenderebbe Eugenio, il Premio Nobel: una volta il vuoto della gioventù diventava “meriggiare pallido e assorto” e oggi si esprime con la canzone di Maria. Chissà se qualcuno dei giovani seduti intorno al tavolo finirà come Olly o Sayf finirà sul palco di Sanremo. Se sarà ascoltato dai coetanei di tutta Italia. “Ci sono due undicenni che scrivono brani straordinari”, racconta Gallizia, “Ma lo scopo non è diventare famosi. È tirare fuori quello che hai dentro, urlarlo, cantarlo. Comunicare e mostrare i propri pensieri. È anche l’integrazione tra ragazzi con provenienze ed esperienze tanto diverse”. Già, lo scopo è un altro: scoprire che ogni esperienza, ogni esistenza può racchiudere in sé un ritmo. Una musica.

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