L’aperto negazionismo dell’Ue su Gaza e sulla fine del processo di pace è davvero paradossale
di Claudia De Martino
A giugno 2025, un diplomatico francese, tale Cristophe Bigot, ha ottenuto il mandato di rappresentante speciale dell’Unione europea per il processo di pace in Medio Oriente, il cui obiettivo – secondo quanto specificato nella pagina ufficiale del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) – consisterebbe nel “contribuire attivamente alla risoluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese sulla base di una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati, in linea con la risoluzione 2334 (2016) dell’Onu”. A tal fine, il mandato di Bigot sarebbe quello di mantenere “stretti contatti con tutte le parti coinvolte nel processo di pace, nonché con le Nazioni Unite e altre organizzazioni competenti”.
A quale processo di pace la comunicazione ufficiale faccia riferimento resta un mistero, tuttavia tale slogan rappresenta ancora la linea ufficiale dei 27 Paesi europei, quasi il 7 ottobre e il conseguente genocidio a Gaza, la costituzione del Board of Peace a gennaio 2026 e l’annuncio questa settimana dell’approvazione da parte del gabinetto di sicurezza israeliano di “una serie di cambiamenti politici relativi all’uso del territorio in Cisgiordania” fossero considerati una semplice deviazione dagli Accordi di Oslo.
Le cancellerie europee sembrano voler ignorare anche la forza dei numeri: il 70% dei Palestinesi (78% in Cisgiordania e 55% a Gaza) sarebbe contrario al disarmo di Hamas anche qualora ciò comportasse un nuovo rischio di guerra (PCPSR, Palestinian Center for Policy and Survey Research, Ramallah, 28 ottobre 2025), mentre il 76% degli ebrei israeliani sosterrebbe con convinzione che “non esistono innocenti a Gaza” (sondaggio aChord, Università ebraica di Gerusalemme, agosto 2025). Tutto questo mentre iniziano ad emergere i dati ufficiali della guerra nella Striscia, che confermano da parte dell’esercito israeliano (IDF) le cifre pubblicate dal Ministero della Salute di Gaza di 71.000 persone uccise (e più di 170.000 ferite), di cui l’83% sarebbero civili (Yuval Abraham e Emma Graham, The Guardian, 21 agosto 2025). In sintesi, le posizioni tra i due popoli non potrebbero essere oggi più distanti, i contatti politici al vertice più osteggiati, il dibattito tra le parti assente e sordo alle ragioni dell’altro e il ruolo dell’unico mediatore – gli Stati Uniti – più contestato che mai.
La risoluzione Onu 2803 ha rappresentato uno spartiacque di cui i Paesi europei sembrano non essersi accorti o che pretendono di minimizzare: il “canto del cigno” delle Nazioni Unite, che incapaci di riformarsi o trovare maggioranze alternative – e soprattutto, finanziatori – ai paesi occidentali e agli Usa tra i loro 193 paesi membri, hanno approvato il passaggio di consegne di Gaza ad un organo autoritario, ma più flessibile in termini di governance, come il Board of peace, giocattolo diplomatico personale del Presidente Trump.
Tuttavia, pretendere che la sua creazione non impatti profondamente le regole del gioco internazionale, in un momento storico in cui l’Onu affronta la più grave crisi finanziaria dalla sua fondazione e, in particolare, non detti le regole nell’accesso a Gaza dopo lo smantellamento dell’UNRWA e la sospensione di altre 37 organizzazioni umanitarie (Médecins Sans Frontières, Oxfam, World Vision International, Norwegian Refugee Council, International Rescue Committee, Action Aid etc.), è impensabile, perché da oggi in poi sarà necessario scendere a patti con il Board anche solo per portare aiuti umanitari alla popolazione stremata.
All’UE e ai suoi stati membri si deve rimproverare una lunga catena di scelte errate – ad esempio, l’inerzia diplomatica nel comminare sanzioni individuali a politici israeliani, nell’applicare l’avviso della Corte di giustizia internazionale sull’illegalità degli insediamenti in Cisgiordania e i mandati di arresto di Netanyahu e Gallant promulgati dalla Corte penale internazionale, ma soprattutto nel sospendere o recidere l’Accordo di associazione e la partecipazione di Israele al programma di ricerca Horizon (130 progetti con aziende e istituti di ricerca applicata israeliana, come il Weizmann Institute, che collaborano con l’esercito): tutte scelte gravide di conseguenze etiche e penali sull’andamento del genocidio a Gaza e sui rapporti con il Global South e il mondo arabo. Tuttavia, tra queste, l’aperto negazionismo sulla fine del processo di pace di Oslo appare la più paradossale.
Non si capisce nemmeno a cosa serva, se non ad accantonare la dimensione politica di un inevitabile ripensamento strategico, frutto del ruolo destabilizzante che Israele oggi ricopre nella regione, che nessun Paese UE intende avviare in questo momento critico, quando altre questioni urgenti come la Russia, la Groenlandia, le relazioni transatlantiche e l’economia bastano a sovraccaricare l’agenda europea. Così si giunge al paradosso che in Europa, dove 16 paesi hanno emanato leggi penali contro il negazionismo – principalmente della Shoah ma anche altri genocidi (artt. 6-8 Statuto Corte Penale Internazionale -, si neghi quello in corso e il mantra del “processo di pace” nel conflitto israelo-palestinese venga reiterato come uno slogan vuoto da parte di una classe politica sempre più distaccata dalla realtà, che sembra aver abdicato alla responsabilità di fornire ai propri cittadini una guida per interpretare e navigare le difficili contraddizioni geopolitiche del presente.
Mentre l’UE e i suoi Paesi membri, unitariamente, continuano ad insistere che entrambi i popoli abbiano diritto alla loro indipendenza, le recenti decisioni politiche israeliane riguardo alle aree A e B della Cisgiordania sull’eliminazione delle restrizioni catastali, l’agevolazione degli acquisti diretti di terreni da parte di privati, il trasferimento delle autorità municipali e urbanistiche palestinesi agli organismi israeliani e l’esproprio di terreni da parte dello, non possono essere considerate altro che prove dell’annessione in corso.
La dissonanza cognitiva a cui la politica europea e nazionale europea sta costringendo l’opinione pubblica non è neutrale né sarà indolore. Le grandi manifestazioni in corso in Australia per la visita del Presidente israeliano Herzog testimoniano dell’opposizione popolare al genocidio anche tra una vasta maggioranza trasversale di cittadini occidentali, le cui opinioni inascoltate andranno ad alimentare la già consistente diffidenza esistente nei confronti delle élites politiche, nazionali e comunitarie, che li governano ma sembrano aver dimenticato il loro compito di missione pubblica. Il business as usual della politica estera stavolta si rivolterà loro contro come un boomerang in termini di disaffezione popolare, soprattutto a livello UE. Senza nemmeno contare il distacco siderale delle giovani generazioni, cresciute nel disprezzo di una politica che appare sempre meno ancorata a valori come pace e diritti umani, per affermare i quali nominalmente staremmo combattendo in Ucraina.
L'articolo L’aperto negazionismo dell’Ue su Gaza e sulla fine del processo di pace è davvero paradossale proviene da Il Fatto Quotidiano.