Von der Leyen a rapporto dai big dell’industria Ue che hanno scritto la sua agenda per la competitività. “Porterò ai leader le vostre priorità”
A rapporto dalla grande industria europea. Per rendere conto dei risultati portati finora nell’ambito del Clean industrial deal presentato un anno fa – “semplificazioni” e deregolamentazioni che hanno depotenziato la legislazione ambientale e gli obblighi di rendicontazione – e raccogliere nuove richieste. Ursula von der Leyen, concludendo il suo intervento al summit Ue sull’industria di Anversa a cui hanno partecipato anche Friedrich Merz ed Emmanuel Macron, si è messa a disposizione: il vertice, ha detto la presidente della Commissione, è servito “ad ascoltare le vostre priorità e le vostre proposte. E domani, alla riunione informale del Consiglio Europeo, discuterò con i leader su come adeguare il ritmo a quello di cui avete bisogno”. La sua agenda per la competitività sembra del resto dettata parola per parola dalla lobby dei settori pesanti (e inquinanti), dalla chimica alle raffinerie passando per cemento e siderurgia, che hanno organizzato l’incontro. Gli stessi che due anni fa hanno firmato la dichiarazione di Anversa, elenco di desiderata che von der Leyen sta puntualmente traducendo in pratica. Dando priorità a una “roadmap ombra di deregolamentazione guidata dall’industria rispetto alle garanzie democratiche e ambientali“, accusa un gruppo di organizzazioni della società civile tra cui Corporate Europe Observatory, EPSU (Federazione Europea dei Sindacati dei Servizi Pubblici), The Good Lobby, Friends of the Earth Europe e Transparency International EU.
Le richieste dell’industria nella “dichiarazione di Anversa” del 2024
“La politica europea è plasmata dai suoi 450 milioni di cittadini o dalle più grandi lobby industriali del continente?”, si sono chieste in un comunicato diffuso prima del meeting. Domanda retorica: basta confrontare i progetti presentati dall’ex ministra tedesca della difesa con i 10 pilastri indicati nel febbraio 2024 da 1.300 aziende e associazioni industriali tra cui Business Europe, Cement Europe, Eurofer, Eurometaux, Euromines e Fuels Europe. Vedi la messa a punto di un Industrial deal su cui imperniare l’agenda strategica europea 2024-2029, l’indicazione di un commissario responsabile per la sua attuazione, lo snellimento della legislazione, una cornice semplificata per gli aiuti di Stato e la facilitazione degli investimenti in progetti di decarbonizzazione, sforzi per rendere la Ue meno dipendente dall’estero nell’approvvigionamento di materie prime critiche, il rafforzamento del mercato unico, una strategia per ridurre i costi dell’energia anche espandendo la produzione da fonti green e da nucleare. Ma in concreto cosa è stato fatto? In un report di monitoraggio ad hoc commissionato a Deloitte e coordinato dal Cefic, che rappresenta l’industria chimica, le aziende hanno giudicato l’operato della Commissione rinnovata a fine 2024 passando in rassegna i passi avanti fatti finora sui vari fronti, con tanto di valutazione degli indicatori chiave di prestazione (kpi).
Per von der Leyen arriva la pagella
Von der Leyen incassa una promozione sul Clean industrial deal, messo al centro dell’azione dell’esecutivo Ue proprio come richiesto, e sulla nomina di ben tre responsabili per la sua attuazione, la vicepresidente Teresa Ribera e i commissari Stéphane Séjourné e Wopke Hoekstra. Voto positivo – grazie alla Single Market Strategy presentata a maggio – anche sulle azioni per rafforzare il mercato unico. Su tutto il resto, buone le intenzioni ma dovrà impegnarsi di più. Per cui finisce rimandata a settembre sul finanziamento dei progetti industriali focalizzati sul clima (per il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030 resta un gap di 406-450 miliardi di euro) e sul costo dell’energia (nonostante l’aumento della capacità installata e dei contatti di acquisto comunitari), sulle infrastrutture (“particolarmente preoccupante” viene considerata la limitata capacità di cattura e stoccaggio del carbonio) e sulla sicurezza delle materie prime (la capacità produttiva interna resta insufficiente). Idem per la spinta alla domanda di prodotti net-zero e circolari, la promozione di innovazione e digitalizzazione e per il capitolo regolamentazione. L’industria ha molto apprezzato la “Better regulation agenda” varata lo scorso anno e i 6 pacchetti omnibus modellati sulla richiesta di eliminare “lacci e lacciuoli“, a partire dal discusso Omnibus I che annacqua le direttive su rendicontazione di sostenibilità aziendale e due diligence, ma lamenta che le imprese “continuano ad affrontare un elevato onere normativo” e “una crescente percentuale di aziende percepisce la regolamentazione aziendale come un ostacolo agli investimenti” il che “influenza negativamente la competitività dell’industria manifatturiera dell’Ue”.
Avvertimenti e promesse
La conclusione è un chiaro avvertimento a Bruxelles: visto che “l’83% degli indicatori chiave di competitività mostra stagnazione o declino, mentre la deindustrializzazione accelera”, il gruppo “monitorerà i progressi valutando se gli investimenti si tradurranno in capacità operative, se la semplificazione normativa ridurrà gli oneri, se il coordinamento tra gli Stati membri rafforzerà il Mercato Unico, se il gap dei costi energetici si ridurrà e se la sicurezza delle materie prime migliorerà”. Von der Leyen è ansiosa di rispondere all’appello: “Voi chiedete un vero cambiamento più rapido. L’Europa sta cambiando, ma deve accelerare ulteriormente”, ha detto. Poi una serie di promesse: la Commissione lavora con i governi “per ridurre il carico fiscale e abbassare i prezzi” dell’energia, introdurrà requisiti che privilegeranno le produzioni europee negli appalti pubblici in determinati “settori strategici” (richiesta di Emmanuel Macron che altri grandi Paesi temono), accelererà sulla “pulizia regolatoria” e sull’eliminazione delle barriere interne al mercato unico.
Anche il piano di Berlino e Roma ricalca le richieste dell’industria
Priorità preoccupanti per la società civile, secondo cui vedere le regole come ostacoli alla crescita “alimenta una pericolosa corsa al ribasso, in cui le industrie più dannose vengono premiate con norme più deboli e maggiori finanziamenti pubblici, mentre le persone affrontano austerità e tutele in calo”. Rischi che non preoccupano i governi dei maggiori Paesi dell’Unione. Gli stessi pilastri sono infatti anche al centro del piano italo-tedesco per la competitività preparato in vista del vertice Ue informale di giovedì nel castello di Alden Biesen. Nel testo firmato anche dal Belgio – il cui primo ministro Bart De Wever durante il vertice ha detto che la situazione dell’industria è “semplicemente drammatica” – si chiede tra il resto “un meccanismo di freno di emergenza” che consenta di “fermare gli oneri eccessivi che emergono durante il processo legislativo, ad esempio per intervenire su richiesta di uno Stato membro”. Oltre all’adozione entro fine anno del cosiddetto “ventottesimo regime” giuridico per superare la frammentazione dei sistemi nazionali, si invita poi la Commissione a presentare un omnibus intersettoriale sul rilascio delle autorizzazioni “facendo ampio ricorso a meccanismi di approvazione tacita” e a spingere sul rafforzamento delle infrastrutture energetiche transfrontaliere e sul “consolidamento di catene del valore resilienti, sicure e sostenibili per le materie prime critiche”. Ciliegina sulla torta: “Il pacchetto automobilistico, così come la revisione del Cbam (la tassa sul carbonio alle frontiere, ndr) e la futura revisione dell’Ets (il sistema europeo per lo scambio di quote di emissione di gas serra, ndr), dovranno concentrarsi sull’eliminazione di tutti gli oneri non necessari per l’industria e sulla piena applicazione del principio di neutralità tecnologica“. Musica per le orecchie dell’industria inquinante, che non intende rinunciare al sostegno pubblico e cerca scappatoie per sfuggire al principio del “chi inquina paga”. La Confindustria italiana per esempio ha appena chiesto la “sospensione” dell’Ets. Che von der Leyen, va detto, ad Anversa ha difeso, ricordando che dall’introduzione dell’Ets “le emissioni sono diminuite del 39%, mentre il giro d’affari nei settori coperti è cresciuto del 71%”.
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