Foibe, la memoria negata. La Russa: “Un massacro a guerra finita, per decenni è stato tabù”
Per oltre cinquant’anni le foibe e l’esodo giuliano-dalmata sono rimasti ai margini della coscienza nazionale. Non per caso, sostiene il presidente del Senato Ignazio La Russa, ma per una scelta politica precisa. «Per decenni è stato un tabù», spiega oggi intervistato da Fausto Biloslavo sul Giornale, chiarendo subito che non lo fu mai per la destra italiana. Il silenzio nasce altrove, nel clima della Guerra fredda e nell’equilibrio imposto da Yalta, quando la Democrazia cristiana governava e il Partito comunista italiano, pur escluso dal potere, esercitava un’influenza pervasiva nella società. In quello che La Russa definisce un tacito patto – «io governo e tu puoi penetrare gramscianamente nella società italiana» – le foibe diventano un tema proibito.
Il Giorno del Ricordo
La frattura arriva solo nel 2004, con l’approvazione della legge che istituisce il Giorno del Ricordo. «Come capogruppo di An ho promosso l’iniziativa del 10 febbraio insieme a Roberto Menia», ricorda La Russa. I numeri raccontano una svolta storica: soltanto dodici voti contrari, provenienti dall’estrema sinistra. Resta l’amarezza per il no di Giuliano Pisapia, allora parlamentare, che La Russa dice di aver stimato «per l’intelligenza giuridica». Ma il risultato politico è netto: «Il nostro capolavoro fu convincere quasi tutto il Parlamento che bisognava finalmente ricordare la tragedia delle foibe e dei tanti italiani costretti ad abbandonare le loro terre».
Il nodo politico e storico
Al centro del ragionamento del presidente del Senato c’è una distinzione che considera decisiva. «Il massacro delle foibe non è un atto di guerra», afferma. È avvenuto in parte durante il conflitto, ma soprattutto «a guerra finita, a vittoria ottenuta da parte delle truppe di Tito». Non rappresaglie belliche, dunque, ma «un tentativo di debellare la presenza italiana in quelle zone con la morte, la violenza». Per questo, avverte, è un errore mescolare le foibe con il generico orrore della Seconda guerra mondiale: si tratta di una pagina specifica, con una sua responsabilità storica precisa.
La frattura con la sinistra
Le resistenze non sono finite. La Russa denuncia ancora oggi sacche di negazionismo e riduzionismo, come l’idea che gli infoibati fossero «quasi tutti fascisti o collaborazionisti dei nazisti». Una tesi che respinge senza ambiguità, ricordando che le responsabilità individuali non possono cancellare la natura del massacro. E osserva come, anche dopo il crollo del Muro di Berlino, la parola “comunista” sembri scomparsa quando si tratta di fare i conti con i crimini del comunismo stesso.
Basovizza e la memoria europea
Il gesto del 2020, con i presidenti Mattarella e Pahor mano nella mano davanti alla foiba di Basovizza, viene definito «un momento storico». La Russa si dice favorevole a un coinvolgimento più ampio, anche di Croazia e Serbia, popoli che hanno conosciuto a loro volta la violenza del regime di Tito. Un passo che, sottolinea, potrebbe rafforzare una memoria finalmente condivisa, senza rimozioni selettive.
L’ombra di Tito e le onorificenze
Resta aperta la questione dell’onorificenza concessa al maresciallo jugoslavo. La Russa non nasconde il disagio istituzionale e annuncia l’intenzione di verificare «in che forma la decadenza interpretativa possa diventare conclamata». Sul giudizio politico personale, invece, preferisce il silenzio, proprio per il ruolo che ricopre.
Uno sguardo al presente
Dal passato al presente, il filo conduttore resta la violenza ideologica. Dai Balcani degli anni Novanta all’Ucraina di oggi, La Russa teme che la storia abbia insegnato poco. Da qui la convinzione che sostenere il popolo ucraino non sia solo una scelta geopolitica, ma morale. E chiude con un riferimento che pesa come un monito: l’Ungheria del 1956, «il primo popolo ad opporsi al comunismo», schiacciato nel sangue. Una memoria che, ancora una volta, divide.
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