Niente figli per carità: perché i Millennial dicono no
Siamo alla glaciazione demografica. Questo è stato detto e ridetto, come che nei passeggini ora si trastullano i barboncini toy. Quello che forse è sfuggito è che il 25 per cento dei Millennial non vuole più fare figli. Sono i cosiddetti childfree: donne (uomini e coppie) che dichiarano di non desiderarne affatto. Per scelta.
Lo racconta Giorgia Pacione Di Bello, giornalista, nel saggio Millennial, la generazione dimenticata (Capponi Editore): «Siamo una generazione concreta, brutalmente realista, consapevole. Fantastichiamo poco. La nostra non è più una rivendicazione femminista come nel 1968, quanto una decisione ponderata: non ho il desiderio di diventare madre, perché ho altri obiettivi». I motivi sono diversi spiega la scrittrice: «Il primo è sicuramente economico: abbiamo attraversato tre crisi finanziarie, siamo entrati nel mercato del lavoro in un periodo molto difficile. A trent’anni è impensabile con occupazioni precarie e sottopagate riuscire ad affrontare un mutuo. Allora, questo bambino dove lo facciamo vivere, a casa dei nonni?». Così la maternità si sposta sempre più avanti per dare spazio alla carriera. Si diventa maestri nel posticipare fino a che ogni casellina della vita non va a posto, solo allora (a volte troppo tardi) si può pensare a culle e pannolini.
Come scrive la giornalista, il 61 per cento dei trentenni non ha nessuna voglia di abbandonare un tranquillo stile di vita da perenne adolescente. Sintetizza Martina, 28 anni: «Noi di notte vogliamo dormire». Migliaia di ragazze sui social dichiarano di aver superato il tabù, di non sentirsi affatto egoiste, ma di avere semplicemente sogni diversi da quelli delle madri.
Negli Stati Uniti, dove fanno forti gli acronimi, hanno individuato i Dink, che sta per “Doppio stipendio, no bambini”, e i più sofisticati Gink (chi decide di non riprodursi per motivazioni ecologiche). Migliaia di storie sui social mostrano la loro vita dorata dove «Avere tutto significa non avere figli», «Ho fatto una scelta che finalmente mi lascia spazio, così mi posso concentrare sulle cose che mi interessano davvero», postano. Mentre i genitori si affannano a curare le malefiche influenze da asilo, loro volano magari in prima classe verso i resort a cinque stelle della Thailandia. Hanno coniato la parola “Dinkcation” per raccontare lo standard alto permesso a chi non ha marmocchi al seguito, al massimo cani e gatti avvolti in cappottini di cachemire.
Se una coppia senza prole un tempo doveva avere per forza qualche indicibile problema, oggi secondo l’Istat il 17,4 per cento delle donne tra i 18 e i 49 anni si dichiara orgogliosamente childfree (diverso da childless, ossia chi non può averne). Ilaria Bernardini nel romanzo Amata (HarperCollins) racconta due modi diversi di affrontare la maternità: «Il non volere essere madre è un fenomeno sempre più visibile. Esula dall’età e dalla classe sociale. Le ragioni sono spesso politiche. Dal desiderio di salvaguardare le scarse risorse del pianeta all’ansia per il cambiamento climatico. È netta la percezione di vivere in un mondo instabile, dove il futuro appare complicato e oscuro. Non riprodursi diventa etico».
Racconta una giovane coppia sposata, studi all’estero, alta borghesia milanese: «Non li vogliamo. È un impegno estremamente serio, un atto di coraggio immenso, un sacrificio per la nostra libertà. Lavoriamo entrambi e questo diventa un ostacolo. Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio, recitava un proverbio africano. Il villaggio non esiste più, o meglio, quello che c’è fa schifo e paura».
Alessandro Rosina, professore ordinario di demografia e statistica sociale all’Università Cattolica di Milano, coordinatore scientifico del più importante Osservatorio permanente sulle nuove generazioni promosso dall’Istituto G. Toniolo, in collaborazione con Fondazione Cariplo, spiega: «Le donne che arrivano a 45 anni scegliendo deliberatamente di non avere figli sono circa una su quattro. Negli anni Settanta erano una su dieci. Nel tempo crescerà ancora. La GenZ arriverà a toccare il 33 per cento».
Ormai ogni anno le nascite sono poco più di 350 mila, siamo un Paese a rischio spopolamento, come scrive il demografo ne La scomparsa dei giovani (Chiarelettere): «C’è una spinta al superamento del modello tradizionale, l’essere liberi di scegliere è la caratteristica odierna. Non vogliono sentire né l’obbligo morale, né l’imperativo biologico». I Millennial intervistati da Panorama spiegano: «Siamo cresciuti in famiglie allargate, slabbrate, spezzate, messi in mezzo a divorzi difficili con padri assenti, madri infantili. Non vorrei che questa sorte toccasse a mio figlio»; «Mi avete allevato per affrontare la vita come i maschi e ora pretendete che stia in cucina a sfornare torte di mele?»; «Il lavoro è poco, precario, sottopagato. È per necessità che lo mettiamo al primo posto»; «Nella coppia non c’è stabilità affettiva. Un pupo comporta pesanti rinunce e un forte dispendio economico». E infine una straziante angoscia che cercano di nascondere: «E se puoi mi muore?». Non possono permettersi di fare scelte irreversibili. E tale è rimasta l’unica decisione definitiva di questo mondo reversibile.
Continua Rosina: «Si sentono fragili, insicuri, inadeguati. Due giovani su tre, secondo i dati dell’Osservatorio, affermano che è dovere dei genitori garantire una vita migliore, ma più della metà non si sente in grado di costruire un futuro solido. Con queste premesse sono solo liberi di non farli». Clara Di Lello, 33 anni, fotografa abruzzese, ha una famiglia che definisce “da Mulino Bianco”, eppure fin da piccola sapeva che non sarebbe stata madre, non sentiva alcun istinto materno. Nel 2016 ha creato “Zona Childfree”, uno dei primi gruppi Facebook dove parlarne. «Mi scrivevano che ero una mezza donna, un ramo secco, non capivo il senso della vita, sarei rimasta vecchia e sola. Oggi il tabù è più sfumato, ma qualcosa di quella mentalità resta, soprattutto nei piccoli centri dove una ragazza arrivata a una certa età si guarda intorno e si adegua alle scelte delle altre».
Riflette la giornalista Valeria Arnaldi, che sull’argomento ha scritto Non chiamatemi mamma. Senza figli e senza sensi di colpa (Iacobellieditore): «Da noi rimane un argomento complicato. È sia un valore sociale che lo spauracchio sulla nostra carriera. Non volerli resta un peccato originale, eppure la prima domanda quando ti assumono è: “Ora mica resterai incinta?”. Da una parte c’è una società che preme e nello stesso tempo ti mette i paletti. È un doloroso cortocircuito».
Allora meglio rimanere incoscienti giovani a vita, sempre performanti e unici protagonisti di ogni reel. Perché si sa: il pargolo ti mette in secondo piano e noi di piani ormai ne conosciamo solo uno. «Le nuove generazioni hanno visto madri e sorelle maggiori sacrificarsi tanto, ottenendo pochino. Non vogliono seguire lo stesso percorso, preferiscono godersela», conclude Arnaldi.
Ma la domanda cui è più difficile rispondere resta: i figli fanno la felicità? Per Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la natalità, cinque bambini di cui l’ultimo nato con la sindrome di Down, bisogna cambiare lo storytelling: essere genitori ti migliora la vita. «Le nascite sono diminuite in modo spaventoso, ma ci sono anche dati Istat molto incoraggianti. Bisogna saperli leggere. Il 60 per cento dei giovanissimi, tra i 10 e i 19 anni li vuole eccome, anzi quasi la totalità (85 per cento) ne desidera più di due. Quando arrivano a vent’anni e devono fare i conti con la vita adulta sono costretti ad abbassare il livello delle aspettative. A forza di ascoltare i social crediamo a una narrazione parallela».
Se prima di noi vedevano il futuro come una promessa, oggi lo guardiamo come un’incognita, mentre i ragazzi lo percepiscono come una minaccia. Non è vero che al passeggino preferiscono lo spritz. Bestialità. Sono seri, riflettono: la famiglia è l’obiettivo, ma non sempre si riesce a costruirla. Continua De Palo: «Abbiamo bisogno di una prospettiva che porti lontano, altrimenti il nostro sistema crollerà. La denatalità ci sta rendendo schiavi di un edonismo malato, viviamo ripiegati su noi stessi. Non bisogna essere eroi per fare i genitori, basta saper guardare al di là di ogni ostacolo». Ma non è mai stato così difficile alzare lo sguardo oltre la siepe. Racconta un Millennial: «La verità è che siamo cresciuti a Pokemon e patatine, come pensate che possiamo fare i genitori?».