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Altro che giudici buonisti: resta in carcere una donna condannata a 30 anni, ma malata di cancro e madre di un neonato

Ma davvero i giudici assolvono e perdonano, scarcerano e liberano anche chi dovrebbe stare in cella? Lo sostengono tutto il centrodestra, i Comitati di partito d’ispirazione governativa (basta scorrere i social), deputati e senatori meloniani, forzisti e leghisti in servizio permanente effettivo. Ma a smentirli bastano i fatti. Documentati nelle sentenze a futura memoria. Un esempio? La sentenza della Cassazione di metà dicembre (la 3547) che tiene in cella, e 30 anni di pena, una donna di etnia rom recidiva per via di scippi e furti, ma col tumore al seno, pure in attesa di un intervento, e un bimbo appena nato, per giunta prematuro. Destinato a finire in gattabuia pure lui, e neppure in un Icam, gli istituiti a custodia attenuata proprio per le madri detenute con prole, visto che non è disponibile in quel di Milano, ma direttamente in galera.

Ad accendere un focus sulla singolare decisione è Ilaria Giugni, docente di diritto penale alla Federico Secondo di Napoli, che ne scrive sulla rivista online Sistema penale. Dopo aver letto le sue osservazioni, ma soprattutto la super tecnica sentenza della Cassazione, vengono in mente i post filo separazione delle carriere del tipo: “Se vogliamo che i criminali stiano in galera e non vengano scarcerati dalle solite toghe rosse Sì alla riforma della giustizia”, parola di Galeazzo Bignami, capogruppo di FdI alla Camera. O ancora: “Tanto gli danno due mesi e non si fa neanche un giorno di galera”, sempre sulla pagina Fb di FdI con il messaggio “non vorremmo più ripeterlo, scegli il Sì per cambiare”. Classici esempi di pubblicità ingannevole. Se riguardasse un prodotto commerciale verrebbe bloccata. Invece restano online, laddove le ragioni del No di Alessandro Barbero non solo sono state censurate, ma hanno subito la reprimenda di Nicolò Zanon, ex Csm in quota Forza Italia, ex vicepresidente della Consulta, oggi presidente del Comitato Sì riforma.

E invece la realtà dei processi è tutt’altra. E per giunta i supremi giudici che scelgono la via del carcere in questo caso applicano di fatto pure la volontà del governo che, nel ben noto decreto Sicurezza Nordio-Piantedosi dell’anno scorso, divenuto legge a giugno in un fiume di polemiche, aveva reso facoltativo, e non più obbligatorio com’era nel codice Rocco di Mussolini, il differimento della pena per le donne incinte. Nel suo ricorso in Cassazione contro il verdetto del tribunale di sorveglianza di Milano, che aveva detto no sia al differimento della pena per la gravidanza, sia al rinvio dell’esecuzione per via del tumore al seno, la protagonista di questa storia aveva sottolineato come sia il reato che la sua condizione fisica di donna in quel momento incinta, fosse maturata “prima” del decreto stesso, quindi del tutto inapplicabile.

Ma la Cassazione decide altrimenti. Come evidenzia Ilaria Giugni quando cita il passaggio della sentenza della Suprema corte sul rapporto tra la nuova legge Sicurezza e il caso della donna perché i nuovi principi “debbano trovare applicazione anche quando la ratio delle norme si giustifichi in ragione dell’esigenza di assicurare che i minori in tenera età possano godere di una relazione diretta con almeno uno dei due genitori”. Per i giudici di legittimità, commenta Giugni, con la nuova legge Sicurezza “si registra un mutamento profondo della natura della pena cui la condannata va incontro, rendendo nient’altro che un’eventualità la possibilità di rimanere ‘fuori’ durante la gravidanza”. Soprattutto perché chi chiede di scontare la pena all’esterno non ha proposto un domicilio “idoneo” e la sua storia criminale, decine di furti e 19 gravidanze, rendono necessaria la detenzione.

Tutto ciò “a prescindere dall’intervenuta modifica legislativa” scrive la Cassazione che non può applicare la legge Sicurezza varata dal governo perché successiva ai fatti, ma sceglie comunque una linea severa e tiene la donna, che nel frattempo ha partorito, dietro le sbarre. Timbro di legittimità da parte della Suprema Corte sulla decisione del tribunale di sorveglianza. Tutti giudici di certo né buonisti, né di manica larga. Tutt’altro. E non va meglio neppure con la chemioterapia cui la donna dovrebbe sottoporsi. Perché anche qui la Cassazione sottoscrive la decisione assunta dal tribunale di sorveglianza in quanto “le cure chemioterapiche necessarie possono essere gestite per tre mesi, mediante traduzione in ospedale, per il tempo necessario alla somministrazione della terapia, e l’eventuale assistenza successiva può essere garantita adeguatamente dalla struttura sanitaria interna”. Cioè in carcere. La ragione? “L’elevatissima pericolosità sociale della condannata, considerato il numero ininterrotto di reati commessi anche in stato di gravidanza”. La Cassazione aggiunge che “la ricorrente è giunta, con l’ultimo nato, alla diciannovesima gravidanza, con sette parti spontanei e sette tagli cesarei”. Ed esiste pure il pericolo di fuga visto che “può contare su soggetti che abitano in Stato estero, dove si è recata durante la gravidanza, omettendo anche di sottoporsi ai controlli medici previsti per la salute propria e quella del feto”.

Chiosa la giurista Giugni: “L’esito della decisione, rispetto al caso concreto, finisce così per aderire alla logica che ha animato la riforma del 2025, che ha inteso ridurre le garanzie per un tipo di autrice ritenuto irrimediabilmente pericoloso. Si spreca un’occasione per misurarsi con il contesto in cui il diritto alla salute è e può essere concretamente garantito nelle nostre carceri, al fine di meglio tutelare diritti e libertà fondamentali delle persone ristrette”. Già, ma evidentemente, in tempi di battaglia referendaria, conta la propaganda sui giudici buonisti, a prescindere dalle sentenze.

L'articolo Altro che giudici buonisti: resta in carcere una donna condannata a 30 anni, ma malata di cancro e madre di un neonato proviene da Il Fatto Quotidiano.

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