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Niscemi, purtroppo, lì non doveva esserci

In trent’anni si sono succeduti sette sindaci, tre commissari straordinari, nove governatori e sedici governi. Ma nessuno a quanto pare si è preoccupato della frana di Niscemi. Si sapeva che il paese poggiava su un terreno instabile e che con le piogge c’era il rischio che venisse giù tutto, ma nel corso degli anni, sindaci, commissari, governatori e governi si sono rimpallati il problema.

Era il 1997, e a Palazzo Chigi c’era Romano Prodi, quando la collina cominciò a franare. Tuttavia, dopo le promesse di interventi rapidi e qualche misura tampone per stabilizzare il terreno, tutto è rimasto come prima. Fino alle precipitazioni dello scorso gennaio. In poco tempo sono caduti 45 mm d’acqua, meno della metà di quelli del 1997. Ma è bastato perché un pezzo di abitato si sbriciolasse. Adesso che gli sfollati sono 1.500, e altri potrebbero aggiungersi, tutti protestano e promettono, ma la realtà è che le persone dovrebbero andarsene da lì, perché quelle case sono a rischio, perché il centro andrebbe ricostruito altrove, perché se le abitazioni sono edificate su una frana è impossibile tenerle in piedi. Facile da dirsi, difficile da farsi. Chi suggerisce agli abitanti del borgo che si affaccia sulla piana di Gela, in provincia di Caltanissetta, che le loro dimore, dove hanno ricordi e affetti, quelle quattro mura costate fatica e sacrifici, sono da abbandonare? Nessuno. E infatti è quel che è successo e che forse succederà. Il ministro Nello Musumeci sostiene che la natura prima o poi presenta il conto. Sgradevole da sentirsi, ma è la realtà con cui fare i conti.

Da più di duecento anni si sa che Niscemi poggia sulle sabbie mobili, ma da più di duecento anni tutti fanno finta di niente, nella speranza che non ci sia una tragedia. Non esisteva neppure il Regno delle Due Sicilie quando, come ha scoperto il direttore di meteoweb.eu, Giuseppe Cariddi, venne pubblicato un libro che ricostruiva la «rivoluzione» accaduta nel marzo del 1790 nelle terre vicine a S. Maria di Niscemi: «Il lato opposto al pendio della montagna si sollevò in un piano e unitosi al pendio abbassato coll’altro lato formò li due piani inclinati che ora si vedono». Dunque si sa da 236 anni che lì la terra è fragile e che le case che vi sono costruite possono essere inghiottite. Ma, come capita spesso, si è fatto finta di niente. Quante sono le Niscemi in Italia? A quante persone bisognerebbe spiegare che la loro abitazione poggia su un vulcano, su una frana, su un terreno a rischio inondazioni? Un dato preciso non c’è, ma ogni disastro è uguale all’altro e ha origine da mancati interventi, da incuria, da ignavia. Ricordate quando a Casteldaccia, Sicilia orientale, l’alluvione si portò via nove persone? La villetta in cui dormivano fu invasa dalle acque: era stata costruita troppo vicino al fiume. E la frana di Casamicciola, a Ischia? Un intero costone collassò e una massa di detriti travolse abitazioni e famiglie, facendo dodici vittime.

Sono tante le stragi annunciate, troppe le tragedie dovute all’inefficienza della politica, della burocrazia e della magistratura, che, si sa, arriva sempre alla fine, a disastro ormai compiuto. Ogni tanto qualcuno parla di prevenzione e di opere da disporre per evitare catastrofi. Ma in molti casi più che le opere di consolidamento servono gli sgomberi. Attorno al Vesuvio le abitazioni sono un rischio, punto. E così pure gli insediamenti nella zona dei Campi Flegrei. Ma chi lo dice agli abitanti? Quali sono i sindaci, i commissari, i presidenti di Regione e i ministri che hanno il coraggio di spiegare a migliaia di persone che se ne devono andare da casa, perché quelle quattro mura rischiano di essere una tomba? È vero: la natura presenta sempre il conto, ma noi non riusciamo nemmeno a sfrattare gli inquilini delle abitazioni abusive, figuriamoci a far capire, a chi il focolare l’ha costruito rispettando la legge, che esiste una legge superiore a quella dello Stato che risponde a fenomeni naturali che nessun sindaco, nessun commissario e nemmeno il presidente di Regione o il capo del governo riesce a imbrigliare. Certo, ci sono risorse pubbliche che non spendiamo perché la politica e la burocrazia sono incapaci di investirle. Facciamo poca prevenzione e scarsa manutenzione. Ma se gli ambientalisti, invece di passare il loro tempo a chiacchierare di CO2, si impegnassero a mappare quelle aree che vanno restituite alla natura, perché la forza della natura è superiore a quella dell’uomo, forse eviteremmo altre Niscemi e altro dolore a chi vede franare la propria casa e la propria storia.

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