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Quell’angelo doveva restare lì!

Una ventina di anni fa assistetti a una conferenza sul Giudizio Universale di Michelangelo tenuta dal compianto Antonio Cassiano, allora direttore del Museo Sigismondo Castromediano di Lecce. Le opere d’arte sacra, visibili nelle chiese, spiegò Cassiano, comprendono affreschi, quadri, statue, bassorilievi, vetrate colorate, reliquie che, di solito risalgono a tempi in cui i fedeli erano prevalentemente analfabeti e non avevano accesso a libri o ad altre forme d’arte. Lo scopo di quelle opere non era semplicemente decorativo: erano una sorta di “presentazione” che l’officiante utilizzava per mostrare i temi trattati nelle prediche! Dopo averlo sentito, l’ho trovato talmente ovvio. Però non ci avevo mai pensato: lo sapevo ma non sapevo di saperlo.

All’epoca, avevo già iniziato a collaborare con Alberto Gennari, un artista leccese che è in grado di trasformare in arte quel che gli chiedo di mostrare, e la storia di Cassiano arrivò come una conferma rivelatrice. In base a questa tecnica comunicativa, ad esempio, ho progettato il percorso espositivo del Museo Darwin Dohrn della Stazione Zoologica Anton Dohrn. Gennari realizzò, su mia indicazione, una tavola per un lavoro scientifico che raffigura i rapporti tra i vari componenti degli ecosistemi marini.

Al centro c’è una sfera nera, contenente i cadaveri di tutti gli organismi raffigurati vivi nel resto della tavola. E ci sono frecce nere che li portano nell’orbita della morte. Le frecce gialle rappresentano il flusso di materia da un comparto all’altro. I morti (e i rifiuti prodotti durante la loro vita) vanno verso i batteri, presenti in un’altra orbita, azzurra. I batteri, consumati dai virus, decompongono la materia vivente una volta morta, e la semplificano in materiali più semplici, con i processi di decomposizione. Una freccia bianca, tratteggiata, dai batteri va ai “nutrienti”, sostanze chimiche elementari che arrivano al mare anche attraverso apporti da terra. I nutrienti, grazie all’energia solare, riprendono vita attraverso la fotosintesi, e sono utilizzati da alghe unicellulari: il fitoplancton.

I protozoi, unicellulari, possono mangiare i batteri e il fitoplancton. Questa è l’orbita dei microbi ed è alla base di tutto. Da essa partono quattro vie. Una, in alto a destra, è costituita dai microbi stessi, quando monopolizzano l’ambiente con quelle che, ad esempio, chiamiamo maree rosse, causate da dinoflagellati che provocano morie di animali e piante. Per milioni di anni la vita è stata espressa con microbi. Solo dopo si sono evoluti organismi più grandi, con reti trofiche complesse che, però, sempre partono dai microbi. Da questi, infatti, la materia vivente passa agli animali che si nutrono di loro e, a cavallo tra l’orbita microbica e le altre “vie”, c’è un piccolo crostaceo, un copepode, grande mangiatore di microbi. I copepodi sono mangiati dalle larve dei pesci che, una volta adulti, si mangiano tra loro, come mostra una sequenza di pesci sempre più grandi che mangiano quelli più piccoli, e che finisce con un umano che se li mangia.

Questa è la via microbi, copepodi, pesci… noi. Una terza via, in basso a sinistra, è costituita dal macrozooplancton gelatinoso erbivoro. Si tratta di animali di cui il pubblico ha poca familiarità (avete mai sentito parlare di taliacei?) ma che, quando sono molto abbondanti, possono mangiarsi tutti i microbi, competendo con i copepodi e, indirettamente, anche con noi. In alto a sinistra troviamo il macrozooplancton gelatinoso carnivoro, che tutti conoscono: le meduse (e anche gli ctenofori, che non conosce nessuno). Loro mangiano i copepodi e le larve dei pesci. Dal nucleo microbico, quindi, partono quattro vie. C’è anche il sequestro del carbonio, nei sedimenti marini.

Gennari mi presentò molti bozzetti di quest’opera e gli chiesi di mettere la mia faccia, con la bocca spalancata, che si mangiava i pesci. Disse che gli riusciva difficile e decise di fare un volto umano “standard”. E così fece. Quel volto mi era familiare, mi ricordava qualcuno. Poi, dopo molto, lo riconobbi: era Berlusconi. Ma mi ci hai messo Berlusconi! Dissi ridendo ad Alberto. Anche lui se ne rese conto. Berlusconi era sempre in vista, la sua faccia era dappertutto, e ne era stato influenzato.

Secondo me la somiglianza della faccia dell’angelo con quella di Meloni, nella Basilica in San Lorenzo in Lucina, non è voluta. Il sacrestano e decoratore Bruno Valentinetti ha ammesso di essersi ispirato a lei ma io voglio credere che sia stato influenzato dell’esposizione mediatica del volto del presidente del Consiglio e, pensando ad un angelo, gli sia “venuta” proprio Meloni. Sempre a Lecce, sul portale del Duomo, l’arcivescovo Cosmo Francesco Ruppi commissionò un’opera in bronzo e si fece raffigurare assieme a papa Giovanni Paolo II. I due si incontrarono durante una visita apostolica a Lecce il 17-18 Settembre 1994.

Contrariamente a Gennari, che non soddisfece la mia vanità, l’artista, Armando Marrocco, accettò la richiesta del committente e lo raffigurò, oltre che col papa, anche con l’Assunzione della Vergine, il martirio dei santi patroni e il popolo dei fedeli (rigorosamente anonimi). Anche quel portale, come la tavola di Gennari, racconta una storia. Sono sicurissimo che, a differenza di Ruppi, Meloni non abbia chiesto di essere raffigurata, e che sia divertita dall’evento. Tornando al Giudizio Universale, Michelangelo vi dipinse una figura che rappresenta Minosse, giudice degli inferi, con le orecchie da asino e, come racconta Vasari, con le fattezze di Biagio da Cesena, il maestro di cerimonie papale che aveva criticato le nudità del dipinto. Il poveretto si lamentò con papa Paolo III, ma il pontefice rispose che la sua autorità non si estendeva all’inferno, così il ritratto rimase. Come avrei sperato che restasse al suo posto quello di Meloni. Peccato!

L'articolo Quell’angelo doveva restare lì! proviene da Il Fatto Quotidiano.

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