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Alexander Zverev, la sindrome di Calimero e il re degli orfani Slam: nessuno come lui in top-10

Ai limiti del tragicomico. La caccia di Alexander Zverev al suo primo Slam sta ssumendo i contorni della tragicommedia. A cui aggiungiamo, con licenza permettendo, un pizzico di mitologia greca. Lo immaginiamo lì, come una sorte di Ade con la racchetta, a sorvegliare il regno degli Inferi con la cervicale a chiedere pietà per tutto il tempo che sta trascorrendo volgendo lo sguardo nell’Olimpo. Quello stesso Olimpo da cui si sente rifiutato, rigettato e che sta prendendo consapevolezza di essere per lui una mete sempre più utopica. Agli albori di novembre 2025 si era guadagnato un singolare record che suona come un endormsent ufficiale per elevarsi tra i suoi pari: con 370 settimane è il tennista più presente in top-10 a non aver mai vinto un titolo Major.

Il sorpasso era stato effettuato ai danni di Thomas Berdych, fermo a 369 settimane. Un ottimo giocatore, semifinalista in tutti e quattro i tornei Slam a cui solo un Nadal prime sull’erba di Wimbledon 2010 negò il pass degli eletti. Ma il palmares del ceco non è neanche lontanamente paragonabile a quello di Zverev. Incassato il record degli zimbelli, l’intento del teutonico era stoppare il counter della settimane. Detto ciò, si era affacciato al 2026 al grido di: “Provaci ancora, Sascha”. Quale miglior occasione di chiudere i conti con il Major che aveva, indubbiamente, dirottato l’andamento non propriamente scintillante della passata stagione?.

L’obiettivo è cancellare la finale persa con Jannik Sinner, ma tornare all’epilogo di Melbourne era tutt’altro che scontato, considerando la fame di quell’altro lì, uno spagnolo che di Slam ne aveva già 6 e smanioso di terminare la collezione del Career Grande Slam. Beato lui sarà balenato nella testa di Zverev. Si incontrano in semifinale, quindi, alpha e omega del palmares Major. Chi a caccia del primo, chi dell’ultimo pezzo. Per Sascha e per gli addetti ai lavori di questo sport, ormai, perdere contro Carlos Alcaraz non è ordinaria amministrazione, ci mancherebbe, ma non va lontanissimo dalla definizione.

Zverev è sotto 2-0 senza sfigurare, quindi, fin qui tutto liscio. Poi arriva quel biglietto della lotteria piovuto giù dal cielo, fatto svolazzare da qualche Dio sadico del tennis, già consapevole che Sascha, ancora una volta, sarà troppo codardo per incassarlo. E’ così fu, ennesima tragicommedia. Premesso, a sto giro ha perfettamente ragione, ma c’è un “ma” grosso quanto l’ennesimo rimpianto della sua ossessione Slam. Alcaraz incappa nei crampi, chiede e ottiene un medical time out che non gli spetterebbe.

E’ la detonazione che fa saltare la testa a Zverev che non attendeva altro per esporre il certificato della sindrome più in antitesi con l’indole da vincente: quella di Calimero. Il nativo di Amburgo esplode, millanta dei complotti pro Alcaraz e Sinner, totalmente estraneo alla vicenda e tirato in ballo random, e si trincera dietro la più classica auto-assoluzione dalle proprie colpe per puntare il dito contro il mondo a lui avverso. Lo stesso mondo, quello tennistico, che aspetta di vederlo trionfare, ma neanche questa è la volta buona, con il proseguo della semifinale a essere storia nota.

Se ne sono dette tante, alcune irrispettose. “Solo Zverev poteva non battere uno zoppo”. Irrispettosi sì, ma anche in questo caso un po’ se l’è cercata. Non ce ne voglia Calimero Zverev, ma non c’è nessuna trama ordita, ci sono delle colpe che si alternano a un periodo storico non propriamente felice per quanto concerne la concorrenza. L’effetto matrioska è servito perchè non solo il teutonico si trova in mezzo all’era dei Big Three e quella del binomio Sinner-Alcaraz, ma anche tra i suoi compagni di sventura dei 90’s si trova nella zona limbo tra Stefanos Tsitsipas e Daniil Medvedev.

Se il greco sembra essere caduto in disgrazia con le due finali Slam perse, Roland Garros 2021 e Australian Open 2023, ed ha attualmente concluso la sua parentesi top-10 con 95 settimane di militanza, il russo si tira direttamente fuori dalla categoria dopo essersi tolto lo sfizio allo US Open 2021. Tutto lascia intendere che, salvo riprogrammazione delle gerarchie, il caso di Daniil possa essere un sussulto destinato a rimanere un unicuum. La triste verità è che Zverev attualmente darebbe l’anima pur di trovarsi con il palmares di Medvedev, forse, barattando anche l’oro olimpico conquistato a Tokyo 2020.

Oro olimpico, appunto. Materia sconosciuta per i compagni di lista di Zverev, mentre anche Nikolaj Davydenko può vantare un titolo alle ATP Finals nel 2009. Ma anche il russo, ovviamente, orfano di Slam. Da novembre 2025 ad oggi, con la sconfitta maturata all’Australian Open, il conteggio delle settimane in top-10 senza mai aver trionfato in tornei Major è salito a quota 383. Zverev è il re di una stirpe di giocatori, lista simile a quella stilata da ESPN nel 2020, che in barba all’anatema, ha continuato a non arrendersi in nome della costanza e nel rispetto del loro talento.

Dietro Sascha c’è il già citato Berdych, in terza posizione c’è il connazionale che Nadal ha tanto eclissato: David Ferrer a quota 358 settimane. Appena fuori dal podio Davydenko con 268 settimane e Wilfred Tsonga chiudere la top-5 con 260. Meritano una menzione speciale anche le 232 di David Nalbandian, le 174 di Todd Martin, le 161 di Robin Soderling e le 156 di Guillermo Coria. Non ce ne voglia Zverev, ma a costa di risultare ripetitivi come la sua sventurata ricerca: “Provaci ancora, Sascha”.

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