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I «repubblichini» sono peggio del loro editore John Elkann

Quasi quasi mi viene voglia di difendere Jaki Elkann. Lo so che il nipote dell’Avvocato è indifendibile e che neppure se fossi Perry Mason, il mitico avvocato americano dei telefilm anni Sessanta, riuscirei a convincere la giuria che non ha responsabilità nel disastro della Fiat e ancor meno in quello di Repubblica. Tuttavia, vedendo che tra quanti lo attaccano per le catastrofi editoriali ci sono anche alcuni suoi dipendenti, che fino a ieri erano pronti a leccargli gli stivali, mi viene naturale schierarmi dalla sua parte.

Quando anni fa comprò il gruppo Espresso, da poco divenuto Gedi (con la G, dunque come poi si è visto niente a che vedere con i combattenti di Guerre stellari), era ben chiaro quale fosse la ragione per cui gli eredi del più grande polo automobilistico italiano mettevano piede nell’editoria. Speravano di fare quello che a Carlo De Benedetti era riuscito benissimo per anni, ovvero farsi gli affari suoi e difenderli con i suoi giornali. Nel caso degli Agnelli, Repubblica ed Espresso avrebbero dovuto garantire la ritirata dall’Italia, cioè fare in modo che il trasferimento all’estero delle attività produttive non scatenasse un’offensiva giornalistico-sindacale tale da indurre i governi a intimare un altolà.

La ritirata industriale coperta dal silenzio

Bisogna riconoscere che l’operazione, costata varie centinaia di milioni, è riuscita. Nonostante sia Repubblica che il settimanale gemello fossero un buco nero, ovvero una voragine succhia soldi, l’investimento è servito. Infatti, il quotidiano fondato da Scalfari ha praticamente chiuso gli occhi di fronte al trasloco delle principali attività, sia industriali che finanziarie.

Quando, per esempio, c’era da intervistare il leader del più importante sindacato italiano, ovvero Maurizio Landini, in redazione si guardavano bene dal chiedergli un parere sulle mosse di casa Agnelli, né lo sollecitavano a spiegare la strategia della Cgil di fronte al disimpegno in Italia. Per anni a Repubblica hanno ignorato le mosse con cui John Elkann stava smontando pezzo dopo pezzo il gruppo, prima quotandolo ad Amsterdam e poi diluendolo dentro Stellantis e aprendo fabbriche in Serbia e Marocco.

Cioè, come De Benedetti, il nipote dell’Avvocato ha potuto fare e disfare con nessuno o quasi che fiatasse. Operando in tranquillità senza che la testata cara alla sinistra e al sindacato alzasse un sopracciglio. In fondo, che si mettessero in cassa integrazione gli operai non importava a nessuno. Chi volete che si indigni se, per campare, qualche dipendente è costretto a trasferirsi a Kragujevac, in Serbia, dove ai tempi di Tito si costruiva la Zastava, cioè la macchina del proletariato jugoslavo?

Quando la cassa integrazione tocca i giornalisti

Già. Però nel momento in cui a rischiare di essere messi in cassa integrazione sono i giornalisti, Elkann ha perduto lo scudo che lo proteggeva. Se prima era intoccabile, ora si fanno avanti tanti cuor di leone pronti a sfidarlo e criticarlo. Adesso che la testata è in vendita e rischia di essere comprata da un imprenditore greco, in redazione realizzano che il nipote dell’Avvocato è un padrone delle ferriere senza un briciolo di cultura.

Da Massimo Giannini a Michele Serra, tutti a sparare sull’Agnellino, accusato di essere un lupo senza cuore né visione, ma con tanti soldi.

La faida Agnelli e il silenzio di ieri

Ovviamente, dal nostro punto di vista, i colleghi che oggi si permettono di attaccare chi gli dà uno stipendio hanno scoperto l’acqua calda. Sono anni che descriviamo la ritirata strategica del signor Fiat dal nostro Paese e da anni siamo tra i pochi a raccontare nei dettagli la faida familiare in corso a Torino.

Quando Margherita, la figlia “degenere” che si è messa contro la madre e i suoi stessi figlioli rivendicando un’eredità che le sarebbe stata celata, iniziò una guerra legale, fummo i soli a pubblicare in prima pagina l’esistenza di un tesoro miliardario nascosto nei paradisi fiscali e sottratto all’Agenzia delle entrate. Nonostante i soldi fossero evidentemente frutto di evasione e si trattasse della famiglia imprenditoriale più importante d’Italia, i cuor di leone che oggi attaccano Jaki si guardarono bene dall’aprire bocca.

Facile criticare quando il padrone se ne va

Adesso, che si celebrano i cinquant’anni di una Repubblica che affonda, la ciurma è invece diventata improvvisamente loquace e, come ha fatto Michele Serra, si consente di dire che Elkann è sprovvisto di mezzi culturali per fare l’editore. È probabile che Serra, il quale trascorre le giornate disteso su un’amaca da cui con uno straordinario complesso di superiorità guarda il mondo, abbia ragione. Tuttavia, dirlo ora che Jaki se ne sta andando, anzi, che si sta liberando del peso di Repubblica e dei suoi repubblichini, è facile.

Così come non costa nulla dare a Elkann del mediocre e ricco imprenditore prestato all’informazione, come ha fatto Massimo Giannini, che sul Venerdì pagato da casa Agnelli ha scritto «che per pura convenienza personale ha fatto un deserto e lo ha chiamato editoria». Facile togliersi i sassolini dalle scarpe quando si è rimasti senza scarpe.

Per dirla con quel gran filosofo di Zagarolo che risponde al nome di Stefano Ricucci, è facile fare i froci col culo degli altri. Adesso i cari compagni di Repubblica lo provano con il loro.

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