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“XXI Secolo” torna su Rai1, il conduttore Francesco Giorgino: “Basta talk urlati, da noi parleranno i fatti”

Dopo oltre trent’anni in Rai, tra Tg1, speciali in prima serata e incarichi editoriali di vertice, Francesco Giorgino torna con la terza edizione di “XXI Secolo”, il talk in onda su Rai1. Un programma che punta sull’approfondimento, non su narrazioni semplicistiche della realtà: uno spazio pensato per leggere la complessità del presente con un tono pacato e con una novità significativa, la Gen Z in studio come interlocutore attivo.

“XXI Secolo” riparte lunedì. Dopo 35 anni in Rai è ancora un’emozione?

«Sì, sono abituato, ma l’emozione resta. I programmi sono un po’ come figli: entrano nella tua vita professionale e personale. Ti assorbono completamente, perché devi concepirli, metterli a terra, sperimentarli, correggerli. Essendo un programma ideato e condotto da me, tutto passa anche attraverso la relazione con i collaboratori. È una macchina complessa, tecnica e editoriale insieme».

Per lei, oggi, cosa vuol dire davvero “servizio pubblico”?

«Significa pluralismo. Non solo politico, ma culturale, valoriale e territoriale. Tenere insieme dimensione internazionale, nazionale e locale. E significa anche dare cittadinanza a un racconto positivo dell’Italia, non soltanto a uno negativo. I fatti vanno raccontati tutti, ma partire dal presupposto che esistono anche elementi di valore del Paese per me è una missione».

Quindi lei rifiuta il catastrofismo?

«Assolutamente. Non appartengo alla schiera dei catastrofisti, né a quella di chi si diverte a demolire l’immagine dell’Italia all’estero. Vorrei contribuire al rafforzamento della credibilità del Paese».

C’è chi parla di “TeleMeloni”. Lei cosa risponde?

«È un’accusa ridicola. Meloni è presidente del Consiglio, quindi è normale che sia centrale nella narrazione del Paese. Sarebbe assurdo il contrario. In Rai convivono approcci culturali diversi. Parlare di TeleMeloni è una fesseria».

Ha già annunciato che non sarà un programma urlato. È una scelta o una necessità?

«È una scelta editoriale, ma anche personale. Io sono una persona pacata, ascolto gli altri. Non faccio giornalismo per tesi. Credo nelle istituzioni: demolirle significa fare del male al Paese, non a chi le rappresenta in quel momento».

La Gen Z sarà in studio, ma che ruolo avrà davvero?

«Sarà protagonista. Non è presenza scenografica: i giovani universitari potranno rivolgere domande agli ospiti. Vogliamo connettere il mondo giovanile con i protagonisti dell’attualità, nella rete ammiraglia della tv tradizionale».

Davvero la tv generalista può parlare ai giovani?

«Sì. Non c’è incompatibilità. I giovani usano i social, ma il linguaggio dominante lì è l’audiovisivo, che nasce dalla televisione. Il punto è trovare formati, linguaggi e modalità nuove. La fruizione non sarà più lineare e sincrona: per questo investiamo nel farci trovare sulle piattaforme dove i giovani cercano contenuti».

Il rischio oggi è l’ipersimplificazione?

«Esatto. Un conto è semplificare, un conto è ipersemplificare. L’ipersimplificazione produce riduzionismo concettuale e allontana dalla verità. Tra bianco e nero esistono molte sfumature di grigio: vanno capite e spiegate».

Prima puntata: Milano-Cortina. Come racconterete le Olimpiadi?

«Partiremo con un faccia a faccia con il ministro Andrea Abodi. Parleremo del significato delle Olimpiadi per l’Italia, delle politiche sportive e soprattutto giovanili. Poi andremo nei luoghi dell’evento, con inviati, protagonisti, campioni ed ex olimpionici. È un’occasione per promuovere il Paese, rafforzare identità e coesione sociale, lasciando da parte le polemiche. Perché sa, una delle caratteristiche del programma è valorizzare le evidenze empiriche. Si può criticare la politica, ma i fatti restano. Io sono stanco delle contrapposizioni continue: vogliamo raccontare pragmaticamente ciò che accade».

Questo accade spesso in politica estera, si usa ciò che accade in America per attaccare l’esecutivo…

«Eppure, la politica estera italiana sta dimostrando capacità in un contesto ipercomplesso. L’immagine dell’Italia all’estero è cresciuta. Meloni è un interlocutore credibile e si confronta con un top player come Trump. Criticare è facile, operare è più difficile. E non mi pare che si stia operando male, anzi».

Lei parla di “complessità”, dunque, qual è la domanda che oggi un talk deve avere il coraggio di fare?

«Dovremmo aggiungere nuove domande alle classiche 5W. Per esempio: dove altro potrebbe accadere ciò che è già accaduto? Con quali implicazioni? Dobbiamo unire i puntini, capire l’interconnessione tra sistemi e sottosistemi. La crisi di credibilità del giornalismo nasce dall’inadeguatezza di alcune chiavi interpretative. Se raccontiamo il mondo con le logiche del passato, non restituiremo la complessità e il pubblico finirà intrappolato nella polarizzazione».

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