Mes usato per la sanità? No, per la Difesa. L’ipotesi che riapre il dibattito politico
La partita, nelle parole ribadite più volte dalla Lega, “è chiusa”. Eppure, ha osservato Tajani, dentro al fondo ci sono “soldi che non possono restare bloccati”. L’Italia potrebbe riaprire il dibattito sul Mes, dossier mai davvero chiuso, con il rischio di riaccendere fratture nella maggioranza. Se fino a poche settimane fa la linea appariva invalicabile ora, nel pieno del confronto sulle garanzie per l’utilizzo degli asset russi congelati, la possibilità di dare al Meccanismo europeo di stabilità una nuova architettura, a fronte di una riforma rimasta bloccata per la mancata ratifica italiana, non sembra più un tabù. Il direttore generale del Mes, Pierre Gramegna, apre alla possibilità di utilizzare il fondo per concedere prestiti destinati a rafforzare la difesa comune. Una svolta, evocata in due interviste a Reuters e alla rivista specializzata Paperjam, pensata soprattutto per i Paesi più esposti sul fianco orientale. “Io l’ho sempre detto: il Mes si può utilizzare”, ha sottolineato il vicepremier Antonio Tajani a margine del vertice del Ppe a Zagabria. Una posizione che contrasta con il silenzio della Lega, storicamente contraria al ricorso a uno strumento a lungo stigmatizzato per le condizioni capestro imposte durante il salvataggio lacrime e sangue della Grecia. Peraltro l’Italia è l’unico membro dell’Eurozona a non aver ratificato le modifiche del 2021.
“In tempi di turbolenze che hanno fatto esplodere i costi della difesa per tutti i Paesi” e davanti all’evidenza che “i rapporti tra Europa e Stati Uniti stanno diventando sempre più difficili”, è giusto “sfruttare appieno il potenziale” del Mes, ha evidenziato Gramegna, spiegando che gli strumenti “ci sono” e utilizzarli è “nel miglior interesse” del continente, impegnato ad aiutare l’Ucraina. Con una capacità di intervento superiore ai 430 miliardi di euro, il Meccanismo – ciclicamente al centro del dibattito nelle fasi di crisi – potrebbe così riaccreditarsi come leva della sicurezza comune. Senza imporre, ha assicurato l’ex ministro delle Finanze lussemburghese, riforme macroeconomiche come contropartita.
Il punto di partenza resta la riforma varata quattro anni fa, con cui si tentò di riposizionare il Mes da emblema dell’austerità a strumento di stabilizzazione preventiva, attraverso il rafforzamento delle linee di credito precauzionale attivabili in caso di shock. Proprio da questi strumenti – rimasti però inutilizzati durante il Covid – potrebbe ora prendere forma un nuovo salto in avanti.
Nel quartier generale di Lussemburgo si lavora per “perfezionare” le linee di credito e renderle “più facili da utilizzare”. L’ipotesi è adattarle per sostenere, su richiesta degli Stati, la spesa per la difesa, trasferendo ai governi le risorse raccolte sui mercati a condizioni favorevoli. E le richieste, ha indicato Gramegna, potrebbero essere “collettive”, così da ridurre il rischio di stigma politico e finanziario a chi decidesse di rivolgersi al fondo. Il nodo resta tuttavia politico. La difesa non rientra esplicitamente nel mandato del Mes e qualsiasi modifica del perimetro operativo richiederebbe un placet unanime del club dell’euro. Un passaggio tutt’altro che scontato, che coinvolgerebbe anche Paesi militarmente neutrali come Irlanda, Cipro o Malta. E che riporterebbe i riflettori sull’Italia.
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