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Dibattiti e utopie

In questa settimana di quasi pausa per via del post posticipo della partita contro il Bologna, il dibattito sponda Milan si è concentrato sul famoso risultatismo vs giochismo ed il rifinanziamento.
Per indole sono uno a cui piace vedere belle partite, giocate bene, ma questa diatriba nata non so bene per cosa fa venire il latte alle ginocchia e ieri con il passaggio del turno di Mourinho ai danni di De Zerbi questo scontro tra fazioni (perchè?!) è ripreso.
Credo che questa deriva in un qualche modo vada riportata ai giusti canoni altrimenti si perde il senso del tifo, del vedere un bambino fare il segno della croce e tenere le mani giunte al 75esimo di Milan-Fiorentina nell’anno dello scudetto o per tornare a tempi recentissimi del tifoso rossonero che a Como sporge a fatica la testa dalla barriera per urlare “ti amo! Ti amo Adrien!”.
Il calcio inteso come tifo e non come sport americano è questa roba qua, un carico di sentimenti che prescinde dal bello e dal brutto, che ti smuove le viscere e le attorciglia per novanta minuti, ti fa sudare nemmeno fossi in un bagno turco e ti svuota di energie o ti ricarica a seconda del risultato finale. Nella vita da tifoso il cosiddetto bello o brutto viene dopo, a freddo, e rappresenta comunque una discussione quasi leggera o comunque non di primaria importanza, roba da bar. Per fare un esempio, è come quando cerchiamo una casa da abitare: tutti vorremmo la casa dei nostri sogni al prezzo desiderato ma poche volte la si trova. Se troviamo la casa adatta a noi, ma con l’impianto elettrico da rifare piuttosto dei pavimenti la prendiamo lo stesso perché sì ci sono cose da sistemare ma per il resto è ciò che vogliamo, al contrario se ha gli impianti nuovissimi e belle finiture ma alla fine gli spazi non risultano adatti a malincuore non la prendiamo.
Tutti vogliamo vincere giocando bene (io adoro klopp per dire) ma qualsiasi tifoso che si definisca tale (non il cosiddetto “simpatizzante” per esempio) ha come primo obiettivo alzare trofei, vivere quella magia di sentirsi speciali per una notte con il mondo ai propri piedi, i numeri uno incontrastati con tutti gli altri zitti o nella migliore delle ipotesi (per il tifoso) a rodersi il fegato. Insomma per una sera, qualsiasi sia l’età, si riprova quella felicità fanciullesca che non ha spiegazione logica e solo l’essere davanti a tutti gli altri la genera, non una bella o brutta partita senza sapere il risultato finale.

Leggo comunque come una parte del tifo in una sorta di atto estremo sacrificherebbe le vittorie per far sì che i proprietari se ne vadano per via dei danni economici subìti. Secondo me come linea di principio ci sta, è un modo con cui ottenere un cambio di rotta sacrificando un presente che quasi certamente non porterà trofei a favore di un futuro con un’altra proprietà che si spera possa essere di successo e con senso di appartenenza sportiva. Concettualmente è un ragionamento condivisibile, il problema è che lo stesso è fallace alla radice. Chi come me legge i bilanci rossoneri da diversi anni sa benissimo che tutto ciò non funzionerà per il semplice motivo che il Milan di Redbird può viaggiare da solo, anche senza coppe. Redbird se non si qualifica alla champions league vende alcuni giocatori e rimodula il valore della rosa verso il basso e per il loro concetto di business lo possono fare all’infinito diventando un tolosa o l’udinese tanto per intenderci. Il vero nodo che interessa a Redbird è lo stadio, nient’altro, perché gli serve per acquisire valore in funzione di un’ipotetica vendita. Poi certo la stella polare della qualificazione champions è importante perché mantiene il valore del Milan elevato non facendo disperdere parte dell’investimento, ma lo stadio lo è molto di più e non è un caso che Cardinale stia pensando anche a una franchigia di pallacanestro.
Tutte queste cose unite al rifinanziamento del prestito di Elliott a tassi inferiori dovrebbe farci capire come non sia una sconfitta o una vittoria a mutare l’atteggiamento della proprietà ma la possibilità di generare valore anche con cessioni di quote. E’ brutto da dire, ma in questo puzzle il nostro peso è marginale se non con proteste vere intese come di piazza e mediatiche (sempre se i media non fanno finta di nulla) capaci di scalfire l’immagine della proprietà sempre che questa sia così importante per la stessa. Io non dico di arrendersi né di chinare il capo di fronte a una proprietà che non merita di gestire un club così glorioso e una tifoseria così innamorata, ma pensare che le sconfitte porteranno a qualcosa è pura utopia.

Seal

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