Di Anguillara ho parlato con mio padre, che da anni sopravvive al femminicidio di sua figlia. Il dolore e la solitudine: così le famiglie affrontano il lutto
Sul Fatto Quotidiano di mercoledì 28 gennaio è stata pubblicata nello spazio delle lettere la versione breve della riflessione di Damiano Rizzi scritta dopo il caso di Anguillara e il suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno. Qui trovate l’intervento integrale che, per la sua importante testimonianza, riteniamo utile proporre ai lettori.
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Il suicidio dei genitori di Claudio Carlomagno, Pasquale e Maria Messenio, mi ha scosso profondamente. Non solo per il gesto in sé, ma perché ha reso visibile ciò che di solito resta nascosto. Dopo un femminicidio non muore soltanto una donna. Lentamente muoiono anche i genitori della coppia, muoiono parti interne ed esterne delle famiglie coinvolte, muore il futuro così come era stato immaginato.
Ci si ammala ora per ora, perché la ferocia che ha portato via una donna è talmente grande che può essere digerita solo poco alla volta. Oppure ti annienta subito. Come sembra essere successo ai coniugi Carlomagno.
Ne ho parlato immediatamente con mio padre, che da tredici anni cerca di sopravvivere al femminicidio di sua figlia, mia sorella. Ha detto: “Avranno sentito il dolore degli altri genitori, o del nipote rimasto. Un dolore disumano che li ha resi umani con quel gesto estremo. Un modo di pagare assoluto. Impossibile più di così”. Mentre lo diceva, ho sentito un movimento contrario. Ho pensato alle accuse ricevute sui social e che ora, chi le ha scritte, sta cercando di cancellare. Il sospetto, dichiarato come certezza, che i coniugi abbiano protetto il figlio nei nove giorni in cui il corpo di Federica Torzullo giaceva sotto terra nell’azienda di famiglia.
Quando il sospetto di complicità entra nello spazio pubblico, la vergogna non è più riparabile. Non è più un errore attribuibile ad altri. Diventa qualcosa che, passando attraverso il proprio figlio, investe l’intera identità. Ci si sente sbagliati. È una vergogna identitaria, che corrode dall’interno e che non può essere spiegata, né difesa, né lavata via.
Io porto sempre con me le parole di mio figlio, vittima di femminicidio. Era il figlio di mia sorella. Le ha dette una sola volta, parlando dei nonni paterni, e mi bastano per tutta la vita: “Papà, non è certo colpa loro”.
Dal punto di vista clinico, il suicidio è spesso l’esito finale di un collasso post-traumatico e depressivo. Un femminicidio all’interno di una famiglia è un evento traumatico e disorganizzante che rompe la capacità della mente di funzionare. Quando la perdita non riguarda solo le persone, ma il senso stesso della vita, non siamo più nel dolore: siamo nella disintegrazione della vita psichica. E i familiari delle vittime di femminicidio vengono lasciati senza sostegno, senza trattamento, senza una rete che contenga.
Vengono lasciati soli. Dal primo all’ultimo giorno.
Il femminicidio commesso da un figlio frantuma i genitori su tre piani fondamentali. L’identità: diventa impossibile rispondere alla domanda su cosa significhi essere madre e padre di un uomo che ha fatto questo. L’appartenenza: la comunità espelle, anche senza dirlo apertamente. E il tempo: il futuro viene amputato e non resta più una traiettoria immaginabile.
Dentro questa frattura la colpa diventa persecutoria. Anche quando c’è comprensione razionale, dentro si vive con un tribunale che non giudica ma condanna. E il lutto diventa impossibile: lutto per la donna uccisa e lutto per il figlio che, da quel momento, non esiste più come figlio.
Dopo un femminicidio esistono almeno due famiglie devastate, ma solo una è riconosciuta come legittimata nel dolore. L’altra, quella del carnefice, viene espulsa dal campo umano, come se non avesse più diritto a esistere. È la posizione sbagliata della storia. E scaricare tutto lì non ci aiuta a capire. Perché è così che spesso funzioniamo: dividendo il bene dal male. Un esercizio antico e rassicurante, ma inutile. Il bene e il male non stanno mai separati. Si contendono lo stesso spazio, dentro le persone, dentro le relazioni, dentro le famiglie. Nessuno ne è immune. Nessuno è al riparo.
In un Paese in cui una donna viene uccisa ogni pochi giorni, e la violenza contro le donne resta strutturale e trasversale, starei attento a costruire capri espiatori emotivi. Cercherei piuttosto di capire cosa ci manca nelle relazioni, cosa non sappiamo fare con la rabbia, con il possesso, con la vergogna. E chiederei allo Stato di fare il suo dovere, a partire dall’educazione alle relazioni fin dalla scuola dell’infanzia. Obbligatoria e senza consenso. Perché spesso sono le famiglie che lo negano quelle i cui figli ne avrebbero più bisogno.
Perché lo Stato, in tutto questo, è il grande assente. Non esiste un registro delle famiglie colpite dai femminicidi. Non esiste una presa in carico strutturata. Non esiste psicoterapia gratuita garantita. E non esiste nemmeno quando c’è un orfano di femminicidio.
Qui abbiamo visto una morte netta, immediata, che sconvolge perché ci lascia senza tempo. Ma ce ne sono molte altre che avvengono lentamente, nel silenzio, senza titoli e senza attenzione. Sono le morti che seguono un femminicidio. Quelle che si consumano nei giorni, nei mesi, negli anni, dentro le famiglie. Mettere tutta l’energia su chi si trova dalla parte sbagliata della storia non ci aiuta a capire. Serve solo a spostare fuori da noi qualcosa che ci spaventa. Forse, quando non sappiamo, dovremmo imparare ad aspettare. A non aggiungere violenza a violenza.
Quello che serve, invece, è protezione. Per chi resta, per chi cresce, per chi eredita questi traumi. Serve uno Stato che arrivi prima, non solo dopo. Con cura reale.
Perché continuare a puntare il dito dà l’illusione che il pericolo sia sempre altrove.
Ma il rischio più grande è credere che tutto questo non possa mai riguardarci.
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