Khaby Lame cede la sua identità digitale e si fa avatar. Fantascienza? La mossa solleva questioni
Ci deve preoccupare la possibilità di vendere il nostro asset identitario in formato digitale? È arrivato il momento di chiedercelo.
Khaby Lame, noto influencer e tiktoker senegalese naturalizzato italiano, ha deciso infatti di chiudere un affare da quasi un miliardo di euro, cedendo le quote della sua società. Ciò che fa notizia non è la cifra pur considerevole della vendita, ma la previsione (contenuta nell’accordo concluso l’11 gennaio 2026) di autorizzare l’uso di sistemi di intelligenza artificiale (AI) al fine di creare un suo “gemello digitale”, come asset fondamentale della vendita.
In poche parole, la Rich Sparkle holdings limited, gruppo internazionale americano, ha acquisito il controllo della Step distinctive limited, una società con sede nelle Isole Vergini Britanniche, che a sua volta detiene il pieno controllo della Hong Kong prosperous sheep corporation limited, una società che domina nel settore del “live streaming e-commerce”. In questo trasferimento il tiktoker accetta che siano trasferiti i suoi dati identitari (contenuti comportamentali e biometrici) al fine di consentite la creazione di un suo avatar utilizzabile giorno e notte per finalità di comunicazione e marketing nella piattaforma di streaming e e-commerce.
Una vendita del genere non può non scatenare profonde riflessioni etiche e giuridiche.
L’avatar digitale che sarà creato in seguito alla vendita di quote, infatti, continuerà a evolversi dopo essere stato alimentato e inevitabilmente avvierà una sua vita digitale parallela a (e non sempre intimamente coincidente con) ciò che Khaby Lame oggi è e sarà in futuro.
Il primo rischio da analizzare in punta di diritto, quindi, è come trattare giuridicamente queste due identità in continua evoluzione che finiranno per “vivere” in modo separato, provocando senz’altro questioni etiche e giuridiche inaspettate legate al controllo del nostro essere che ormai si esprime contemporaneamente in una dimensione fisica e digitale, onlife (termine acutamente coniato dal filosofo Luciano Floridi).
Le problematiche da porci andranno ben oltre le questioni tipiche della data protection in merito alla commerciabilità dei nostri dati personali, ma scuoteranno nel profondo i contenuti del nostro diritto d’autore e i limiti del controllo della nostra immagine, aprendo la strada a trasferimenti costanti di intere identità, inserite in negoziazioni societarie come asset presenti nei “beni aziendali” da trasferire. Stiamo cioè arrivando a frontiere etiche e giuridiche ancora inesplorate che neppure sono state ben immaginate nei film distopici di fantascienza.
Dobbiamo averne paura? No, ma dobbiamo favorire studi profondamente interdisciplinari in grado di far emergere nuove categorie professionali in una fusione dinamica tra diritto, etica e tecnica.
Solo nuovi professionisti che dominino la conoscenza dei nostri diritti e libertà fondamentali e che allo stesso tempo siano anche aperti e vocati all’innovazione digitale potranno leggere interpretativamente un futuro digitale che seguita a sorprenderci, ma che deve anche continuare a mantenere le sue radici ancorate nella tradizione umanistica sulla quale si fondano le basi delle nostre democrazie.
Una bella sfida che noi giuristi dovremo affrontare con coraggio nei prossimi anni.
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