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Fiè allo Sciliar e l’Alpe di Siusi: guida per un weekend tra boschi, malghe e leggende (e una spa con vista sulle Dolomiti)

A Fiè allo Sciliar il paesaggio ha un ordine antico: case compatte, balconi di legno, fienili che sembrano appoggiati con precisione sui declivi. Sopra il paese, lo Sciliar domina come una muraglia chiara, e non è solo una presenza geologica e iconografica (sì, è la stessa montagna che compare nel logo di un noto marchio di wafer): qui è anche una figura culturale. Nelle storie locali, la montagna è legata alla leggenda delle streghe dello Sciliar, figure notturne che – si racconta – si radunavano sui pendii e sulle rocce nei momenti di tempesta, tra fuochi e vento, mentre in valle si chiudevano scuri e porte. È una mitologia alpina che resiste perché si sposa bene con la scena reale: boschi fitti, sentieri silenziosi, improvvisi tagli di luce sulle pareti dolomitiche. Lasciando il piccolo centro di Fiè, parte una stradina secondaria che attraversa pascoli e masi, costeggia fienili e piccoli recinti, e si arrampica senza fretta verso i prati di Gfell. È una salita breve ma significativa: in pochi minuti cambia il ritmo, si sente l’aria più secca, si abbassa il rumore. Qui l’ospitalità è diffusa e discreta; tra le basi più comode c’è l’Hotel Gfell, nato dall’evoluzione di una storica Jausenstation aperta nel 1967 dalla famiglia Mair e trasformata negli anni in un luogo di sosta “seria” – cucina, camere, benessere – senza perdere il legame con il contesto.

Siamo nel cuore del Parco naturale dello Sciliar-Catinaccio, una delle zone più panoramiche e luminose delle Dolomiti. L’hotel sorge in posizione appartata, sopra Fiè allo Sciliar, con una vista che spazia dal Catinaccio fino a giornate limpide in cui lo sguardo arriva a intuire le masse più lontane, verso lo Stelvio. È un punto di osservazione privilegiato, ma anche una base strategica per muoversi: perfetto per un weekend lungo, ma altrettanto adatto a fermarsi di più e rallentare davvero. La storia del Gfell è una storia di famiglia e di continuità alpina. Tutto inizia nel 1967, appunto, ando Toni Mair apre un ristoro per viandanti e contadini. Con il tempo diventa ristorante, poi punto di riferimento gastronomico per la valle. Il passaggio decisivo arriva con Andreas Mair, cresciuto tra questi prati, che insieme alla moglie Manuela trasforma l’attività nel ristorante Schönblick. L’ingresso del figlio Julian, giovane e con una visione chiara dell’ospitalità contemporanea, segna l’ulteriore salto: nel luglio 2020 apre l’Hotel Gfell, integrando ristorante e antico fienile di famiglia in un unico progetto.

L’architettura, firmata dallo studio altoatesino noa*, è uno dei punti di forza della struttura: l’hotel è parzialmente interrato, segue la pendenza naturale della collina e riduce al minimo l’impatto visivo. Nessun volume invasivo: il paesaggio resta protagonista. L’accesso avviene attraverso il vecchio fienile, costruito oltre cinquant’anni fa e oggi recuperato come lobby, lounge e sala colazioni. Le 17 camere e suite, tutte panoramiche, sono pensate come rifugi luminosi, con terrazze affacciate su prati e montagne. Materiali naturali, linee pulite, comfort discreto: nulla è ostentato, tutto è funzionale al paesaggio. Lo stesso vale per l’area wellness, dove la protagonista è la sauna panoramica, una grande stanza in legno con vetrata a tutta ampiezza: davanti solo boschi, pascoli e montagne. La zona relax si estende anche all’esterno, su terrazze in legno che invitano a fermarsi, respirare, guardare. Il ristorante Schönblick, guidato dallo chef Andreas Mair, è un altro motivo per scegliere Gfell come destinazione e non solo come appoggio.

Una volta sistemati, il bello è che non serve programmare troppo. Una delle passeggiate più semplici e gratificanti parte direttamente dall’hotel e attraversa il bosco fino al laghetto di Fiè allo Sciliar. In inverno, quando l’acqua si ghiaccia, diventa una pista naturale dove pattinare o giocare a hockey; nelle altre stagioni è un luogo silenzioso, circondato da larici. Poco sopra si trova la Malga Tuff, tappa ideale per un pranzo ristoratore: gulash fumante, wurstel altoatesini, piatti sostanziosi e senza fronzoli, perfetti dopo una camminata. In circa 20 minuti d’auto si raggiunge la cabinovia dell’Alpe di Siusi, l’altopiano più grande d’Europa. In inverno è un comprensorio sciistico ampio e ben organizzato; nelle altre stagioni offre passeggiate panoramiche, percorsi per famiglie e itinerari più lunghi per camminatori esperti.

C’è poi un momento che, più di altri, sintetizza il senso di questo territorio: il tramonto. Qui prende il nome di enrosadira, il fenomeno ottico tipico delle Dolomiti che colora la roccia di sfumature rosate, arancio e rame quando il sole cala e la dolomia riflette la luce radente. All’Alpe di Siusi lo spettacolo è particolarmente evidente perché l’altopiano, aperto e privo di ostacoli visivi, permette allo sguardo di seguire la trasformazione minuto per minuto. Le pareti del Catinaccio si accendono per prime, poi il colore si sposta sulle Odle, sul Sassolungo e sul Gruppo del Sella, mentre le ombre si allungano sui prati. Il rosa si fa più denso, vira al viola, quindi si spegne lentamente nel grigio azzurro della sera. Non è un evento improvviso ma un processo, e forse è questo a renderlo così ipnotico: si resta fermi, spesso in silenzio, a guardare una montagna che sembra cambiare materia, ricordando perché le Dolomiti siano state chiamate “montagne rosa” e perché qui i colori del cielo siano amplificati dalla roccia.

La sera, tornando verso Fiè e risalendo ai prati di Gfell, la zona torna a essere se stessa: poche luci, aria ferma, il profilo dello Sciliar che si scurisce e sembra di nuovo una presenza. È qui che si capisce la differenza tra una toccata e fuga per inseguire il “trend Dolomiti” e un viaggio dentro un territorio: non si rincorrono solo i luoghi famosi, si ascolta come cambia il paesaggio da un bosco a un altopiano, da un lago ghiacciato a una malga, da un passo panoramico a una strada secondaria che attraversa i pascoli. E forse è anche per questo che la leggenda delle streghe dello Sciliar continua a circolare: perché in questa parte di Alto Adige la montagna non fa solo da sfondo. È una voce costante, che accompagna ogni passo.

Per chi vuole allungarsi qualche giorno o approfittare del viaggio di rientro per spingersi oltre, le opzioni non mancano. Attraversando i passi si arriva in Val di Fassa, porta d’accesso al gruppo del Catinaccio, con le sue Torri del Vajolet e i rifugi storici. In alternativa, in circa 40 minuti si raggiunge Ortisei, da cui parte la celebre Statale 48 delle Dolomiti: una delle strade panoramiche più iconiche d’Italia, che attraversa i passi Gardena, Sella e Pordoi, scendendo verso Canazei o salendo in direzione Cortina. Una strada diventata virale sui social, oggi meta anche di viaggiatori d’oltreoceano, ma che conserva intatto il suo fascino. E’ uno di quei luoghi in cui si capisce perché le Dolomiti siano diventate un linguaggio globale: basta una curva, un filo di luce, e la foto si fa da sola.

L'articolo Fiè allo Sciliar e l’Alpe di Siusi: guida per un weekend tra boschi, malghe e leggende (e una spa con vista sulle Dolomiti) proviene da Il Fatto Quotidiano.

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