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Afghanistan, attentato Isis contro civili cinesi: Pechino richiama i suoi cittadini

Lo Stato islamico torna a colpire interessi cinesi in Afghanistan e accompagna l’attacco con una minaccia diretta a Pechino, collegando l’azione alla persecuzione subita dalla minoranza musulmana uigura nello Xinjiang. La minoranza uigura musulmana nello Xinjiang è oggetto da anni di una dura politica di controllo da parte delle autorità cinesi. Dal 2017 Pechino ha avviato una campagna di sicurezza che, secondo governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani, ha portato alla detenzione di massa, alla rieducazione ideologica forzata e a forti limitazioni della libertà religiosa e culturale. Accanto ai centri di internamento, la regione è sottoposta a un sistema di sorveglianza tecnologica capillare e a restrizioni che incidono sulla vita quotidiana. La Cina respinge le accuse e parla di stabilità e sviluppo, ma il dossier uiguro resta una delle principali fonti di frizione tra Pechino e la comunità internazionale.

Il gruppo jihadista ha rivendicato l’attentato contro un ristorante frequentato da cittadini cinesi a Kabul, nel centro della capitale afghana. Secondo la versione diffusa dall’agenzia di propaganda Amaq, un attentatore suicida sarebbe riuscito a entrare nel locale e a farsi esplodere, azionando il giubbotto imbottito di esplosivo che indossava.Nella rivendicazione, l’Isis sostiene che l’attacco abbia causato 25 tra morti e feriti, includendo anche membri delle forze di sicurezza talebane. Un bilancio che, al momento, non ha trovato conferme indipendenti. Le autorità afghane non hanno infatti chiarito ufficialmente la dinamica dell’esplosione né fornito un conteggio definitivo delle vittime. Il portavoce del ministero dell’Interno, Mufti Abdul Mateen Qani, ha dichiarato che le indagini sono ancora in corso e che la causa dell’esplosione non è stata accertata. La polizia ha riferito che l’attacco è avvenuto in un ristorante del quartiere di Shahr-e-Naw, precisando che l’attività era intestata a un imprenditore afghano insieme a un cittadino cinese e alla moglie.

Nel comunicato di rivendicazione, l’Isis ha affiancato all’attacco una nuova minaccia rivolta ai cittadini della Cina presenti in Afghanistan, collegando l’operazione alle persecuzioni contro gli uiguri musulmani nello Xinjiang, regione autonoma della Cina occidentale. Un messaggio che inserisce l’azione nel quadro della propaganda jihadista anti-cinese, già emersa in precedenti comunicazioni del gruppo. L’organizzazione umanitaria Emergency, che gestisce un centro chirurgico nelle vicinanze del luogo dell’esplosione, ha riferito di aver accolto circa 20 persone coinvolte nell’attacco, sette delle quali già decedute all’arrivo. I numeri restano provvisori. Media locali hanno diffuso immagini di fumo e detriti nell’area, mentre la televisione statale cinese ha parlato di due cittadini cinesi gravemente feriti e di una guardia di sicurezza uccisa. L’elemento che colpisce nella rivendicazione dell’attacco di Kabul è proprio l’assenza di qualsiasi riferimento esplicito a Isis Khorasan, il ramo storicamente attivo in Afghanistan e responsabile della quasi totalità delle operazioni jihadiste nella capitale negli ultimi anni. Il silenzio sul nome può indicare diverse cose. Da un lato, la possibilità di una rivendicazione deliberatamente ambigua, utile a proteggere reti locali o a evitare ritorsioni immediate in una fase di particolare pressione sulla struttura dell’Isis-K. Dall’altro, non si può escludere un tentativo di mimetizzazione comunicativa, volto a far apparire l’attacco come un’azione jihadista “generica”, senza intestazione formale, in un contesto in cui Kabul è ormai saturata di attentati attribuiti automaticamente all’Isis-K. C’è poi un’ipotesi più politica: l’assenza del marchio potrebbe riflettere fratture interne, cellule autonome o gruppi che operano nell’orbita ideologica dello Stato islamico ma senza un diretto via libera del comando centrale regionale. In Afghanistan, soprattutto dopo la presa del potere dei Talebani, la galassia jihadista è diventata più frammentata e meno lineare di quanto appaia dall’esterno.

Dopo l’attentato, Pechino ha innalzato il livello di allerta. Le autorità cinesi hanno sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Afghanistan e invitato aziende e lavoratori già presenti nel Paese a rafforzare le misure di sicurezza e a valutare l’evacuazione dalle aree considerate più a rischio. In un briefing a Pechino, il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun ha condannato fermamente l’attacco, ribadendo l’opposizione della Cina al terrorismo «in tutte le sue forme» e chiedendo alle autorità afghane di garantire la sicurezza dei cittadini e dei progetti cinesi, oltre a individuare e punire i responsabili. L’episodio riaccende l’attenzione sulla presenza cinese in Afghanistan dopo il 2021. A differenza di molti Paesi occidentali, Pechino ha mantenuto una presenza economica significativa, pur senza riconoscere formalmente il governo talebano. L’approccio resta pragmatico: il Paese dispone di risorse minerarie stimate in oltre mille miliardi di dollari, tra cui rame, litio e terre rare. Emblematico il caso di Mes Aynak, uno dei più grandi giacimenti di rame al mondo, affidato dal 2008 a un consorzio cinese. Nel 2023 è stato inoltre firmato il primo contratto energetico per l’estrazione di petrolio nel bacino dell’Amu Darya. Sul piano della sicurezza, la priorità per Pechino è impedire che gruppi jihadisti afghani offrano sostegno a milizie uigure ostili alla Cina, in particolare lungo il corridoio del Wakhan, snodo strategico tra Asia centrale e orientale. La condanna è arrivata anche dalla regione. Il presidente pakistano Asif Ali Zardari ha attribuito l’esplosione a un attentato dinamitardo e ha accusato le autorità talebane di non aver rispettato gli impegni presi per impedire ai gruppi armati di utilizzare il territorio afghano come base per operazioni terroristiche.

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