Negoziare con l’Iran sarebbe codardia pura: se il regime non cade ora, il domani sarà ancora più buio
C’è una parola che in questi giorni mi gela il sangue più delle notizie atroci che arrivano da Teheran: negoziare. Per molti diplomatici, seduti comodamente nei loro uffici, “trattare” è un esercizio di realismo politico. Per me, lo dico chiaramente, è un atto di codardia pura. Significa sedersi a tavola con degli assassini e discutere il prezzo del sangue di una generazione che sta dando tutto – letteralmente tutto – per la libertà.
Non posso restare in silenzio di fronte a questo paradosso. Almeno 12.000 persone, molti ragazzi sotto i trent’anni, sono state uccise in quello che è il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran. Eppure, mentre i dati medici confermano l’apocalisse delle notti dell’8 e 9 gennaio, vedo le diplomazie occidentali che ricominciano a muoversi con la solita ambiguità.
Non giriamoci intorno. L’entusiasmo per le “linee rosse” tracciate da Trump sembra essersi sciolto come neve al sole. Vedere la Casa Bianca che apre a un possibile accordo economico proprio mentre nelle carceri di Evin si stringono i cappi al collo dei ragazzi mi suscita un’indignazione profonda. Il mio sospetto è ormai una certezza: il coraggio di quei “leoni” viene usato come una semplice merce di scambio. Si cerca la vittoria diplomatica da prima pagina, lasciando però le chiavi del potere in mano a una teocrazia che ha fatto del massacro il suo unico metodo di governo. È un film che ho già visto, e il finale è sempre lo stesso: il regime sopravvive e il popolo viene abbandonato al suo carnefice.
Mentre il mondo parla di diplomazia, io non riesco a togliermi dalla testa il caso del giovane manifestante Erfan Soltani. Rapito dal regime il 10 gennaio, condannato senza processo e a rischio impiccagione per mercoledì 14 gennaio. Perché secondo il regime “i nemici di Dio vanno impiccati”. Questo non è un atto giudiziario, è un omicidio di Stato. E non lasciamoci ingannare da chi parla di una “città che torna alla calma”. Quella che vedono alcuni osservatori non è pace, è il silenzio di un cimitero. È la dimostrazione che il regime possiede ancora la forza bruta per terrorizzare milioni di persone. Le parate pro-regime trasmesse in tv sono solo un teatro macabro, così come trovo vergognose le pressioni fatte sui nostri diplomatici per isolare chi protesta.
Se la Repubblica Islamica non cade adesso, il domani sarà ancora più buio. Diventeranno ancora più spietati, convinti di essere intoccabili. Ma una cosa è certa: la sacralità di quel potere è andata distrutta per sempre. Hanno sparato sul loro stesso futuro. Mi rifiuto categoricamente di accettare che il 2026 sia l’anno dell’ennesima occasione persa. Il messaggio recente di Trump ai patrioti iraniani è arrivato forte: “L’aiuto è in arrivo”. Me lo auguro con tutto il cuore, ma onestamente non ci credo molto.
La storia ci insegna che tra le parole e i fatti c’è di mezzo un oceano di interessi geopolitici. Non si può e non si deve negoziare con gli assassini: ogni firma su un accordo economico è una macchia di sangue indelebile sulle mani di chi quella firma la appone. La libertà dell’Iran non può essere venduta al mercato della diplomazia, perché se questo regime non cade ora, il domani non sarà solo oscuro: sarà il buio totale dell’anima.
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