Alberto Trentini libero: i 423 giorni in cella in Venezuela tra pressioni diplomatiche e frizioni
Quattrocentoventitrè giorni di attesa, quattrocentoventitrè giorni dietro le sbarre del Rodeo I, uno dei carceri più simbolici del regime di Maduro, dove finivano i prigionieri politici o gli stranieri considerati sospetti dal sistema chavista. Un carcere di massima sicurezza alle porte di Caracas. Dopo oltre un anno passato nel silenzio della cella Alberto Trentini, cooperante veneziano oggi 46enne arrestato a Guasdualito il 15 novembre 2024 ,è tornato libero. Era finito in manette quando si trovava nel Paese da meno di un mese per conto della Ong ‘Humanity&Inclusion’, impegnata nell’assistenza alle persone con disabilità. Era arrivato a Caracas il 17 ottobre poi, meno di un mese dopo, fermato a un posto di blocco mentre viaggiava per portare aiuti alle comunità locali.
Nelle prime settimane non si è saputo nulla sulla sua detenzione: nessun contatto coi famigliari, che imploravano le autorità affinché Alberto potesse avere a disposizione i farmaci salvavita che segnavano la sua routine. Nessuna assistenza né comunicazione con i diplomatici italiani, per due mesi il silenzio più assoluto. Non si sapeva né come stesse né per quale motivo fosse finito dentro: per quanto si ipotizzasse l’accusa di terrorismo, non è mai stata formalizzata. A gennaio 2025 Palazzo Chigi, in una nota, assicurò che si stavano “attivando tutti i canali possibili per garantire una soluzione positiva e tempestiva” garantendo “massima attenzione fin dall’inizio”. Dopo 181 giorni di silenzio la notte del 16 maggio è arrivata la prima telefonata. Il cooperante ha parlato con la famiglia dal carcere di Caracas, rassicurando di essere in buone condizioni e di ricevere le cure mediche di cui ha bisogno. Un contatto, ottenuto dopo lunghe pressioni diplomatiche, accolto con sollievo dai familiari ma anche dal governo italiano. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli lo definì “un passo in avanti frutto di un lungo lavoro di mediazione diplomatica”. Il governo, a più riprese, aveva fatto intendere che stesse provando “anche l’impossibile” per riportarlo a casa e Tajani ha avuto contatti telefonici anche con i vertici dell’amministrazione americana e in particolare con il Segretario di Stato, Marco Rubio che, ha riferito il titolare della Farnesina, “ha ribadito il sostegno alla liberazione dei prigionieri politici” sottolineando “l’importanza di garantire una transizione pacifica in Venezuela e la necessità di tutelare la grande comunità di italiani nel Paese”.
Ad aprile la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva telefonato alla madre di Trentini, Armanda Colusso, per rassicurarla sull’impegno delle istituzioni, garantendo che “il governo è al lavoro per riportarlo a casa”. Ma proprio in occasione del primo anniversario della detenzione del cooperante Armanda, in una conferenza stampa nella sede del Comune di Milano, ha puntato il dito contro l’esecutivo. “Fino ad agosto il nostro governo non aveva avuto alcun contatto col governo venezuelano – ha detto – E questo dimostra quanto poco si sono spesi per mio figlio. Sono qui dopo 365 giorni a esprimere indignazione. Per Alberto non si è fatto ciò che era doveroso fare. Sono stata troppo paziente ed educata ma ora la pazienza è finita”. Una linea che si è poi ammorbidita. “La nostra famiglia sta vivendo giornate di angoscia e di speranza” hanno affermato proprio mercoledì i genitori di Alberto: “Chiediamo a tutti di rispettare la consegna del silenzio indicata da Palazzo Chigi ed evitare qualunque strumentalizzazione perché ogni parola sbagliata può compromettere la liberazione”. Un riserbo che finalmente si è sciolto con la liberazione di Alberto, che nelle prossime ore arriverà in Italia.
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