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Armand, l’affascinante dilemma morale nel film gorgo girato dal nipote di Ingmar Bergman

I protagonisti assoluti del film Armand sono i corridoi di una scuola elementare. Ed oseremmo dire che lo sono quasi quanto i corridoi, i bagni, le sale da ballo in Shining. E ancora: come là per trascinare lo spettatore in uno scenario inizialmente realistico poi sempre più misteriosamente surreale serviva l’immaginario Overlook Hotel; qui per il nipote di Ingmar Bergman e Liv Ullman, Halfdan Ullman Tondel, lo spazio/scena cruciale sono i corridoi antichi e moderni, le aule e aulette, le scalinate e i bagni dell’austera primo novecentesca Aspoy Skole di Alesund in Norvegia.

È qui che viene convocata, per parlare di suo figlio seienne Armand, la giovane attrice e madre single Elisabeth (Renate Reisve). La attendono il preside della scuola, una matura segretaria, un’insegnante alle prime armi e i genitori del piccolo Jon. Quest’ultimo ha raccontato alla sua mamma Sarah (Ellen Dorrit Petersen) che Armand lo avrebbe aggredito, percosso e violentato analmente nei bagni. In mancanza di testimoni oculari è sulla presunta attendibilità del racconto di un bimbo di sei anni, racconto rimasticato dai genitori e di nuovo riesposto alle autorità scolastiche, che si dovrà decidere se la confessione è veritiera e se è perfino il caso di chiamare assistenti sociali e denunciare tutto alla polizia. E nonostante una indefessa difesa del figlio, la condizione di single narcisistica e conturbante della stangona Elisabeth non gioca di certo a suo favore.

Armandentrato nella lista dei film stranieri candidati all’Oscar è un dramma da camera con sei attori di mostruosa e compatta bravura (più una manciata di insinuanti comparse) dove tutti probabilmente mentono su qualche dettaglio del caso e della propria vita; ma soprattutto dove l’espediente dell’isolamento spaziale e l’origliare ibseniano spingono a una graduale, inarrestabile rarefazione di dialoghi, confronti, camminate solitarie, soluzione definitiva del caso. Il tessuto narrativo viene dapprima costretto a continue interruzioni (il sangue al naso della segretaria, l’allarme incontrollabile della scuola, la risata/pianto improvvisa e prolungata di Elizabeth) come fossimo nella cena bunueliana di Il fascino discreto della borghesia. Poi senza che lo spettatore possa razionalmente accorgersene i protagonisti vengono lentamente immersi, sciolti tra sedie, scalinate, corrimani, chilometrici muri, vetrate.

La distruzione di costrutti “borghesi” e di una mediazione impossibile (Carnage di Roman Polanski) fa come il paio allo sfaldamento delle apparenze e all’emergere di una relazionalità tra i personaggi che va ben oltre e più criticamente a fondo (legami di parentela, responsabilità di fronte alla morte, attrazione sessuale) dell’episodio (im)possibile dei due bimbi. Nessuno esce mai dalla scuola per tutto il film (solo il finale sotto la pioggia buca il cerchio). I bambini richiamati continuamente nei dialoghi non appaiono mai. E infine per accentuare quanto l’aspetto scenografico sia dirimente rispetto al senso generale dell’opera, da metà film in avanti gli spazi si fanno come astratti, sfumati in mille gradazioni di grigio-blu, sempre più sfocati sugli sfondi, riempiti da figure intrusive e misteriose.

Ullman Tondel se la cava egregiamente nel costruire un’atmosfera intrigante che non sappia di già visto e masticato, lavora alacremente sul cast mescolandone e sfumandone le possibili dicotomie morali, inquadra con elegante pressione e prossimità visi e corpi in scena. In Armand, in fondo, a livello sensoriale quasi ci si perde. Un film gorgo indubbiamente affascinante e perfino un tantino esteticamente presuntuoso (il balletto estemporaneo di Elizabeth) dal quale si esce forse in maniera simbolicamente troppo semplicistica negli ultimi istanti. La statuaria Reisve è come sempre imponente, magnetica, abbacinante con quei tre-quattro minuti di graffiante tragica risata/pianto da insegnare in accademia. Nonna Liv è ringraziata proprio sul fondo dell’ultimo rullo.

L'articolo Armand, l’affascinante dilemma morale nel film gorgo girato dal nipote di Ingmar Bergman proviene da Il Fatto Quotidiano.

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