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All’Irci di Trieste una mostra per ricordare la perdita della Zona B

Venerdì 25 ottobre l’Irci, Istituto regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata, inaugurerà alle 17.30 nella sede di via Torino 8 la mostra dedicata al 70esimo del ritorno di Trieste all’Italia.

Ma quel 26 ottobre 1954 «sancì di fatto, anche se non di diritto, la perdita della Zona B» ricorda l’Irci in una nota, ed è questo aspetto, che l’iniziativa intende rappresentare: «Trieste scese tutta in piazza e, con i triestini, ci furono a migliaia gli esuli istriani usciti dal Silos, dai ghetti dei campi profughi, sventolando da una parte il tricolore e dall’altra la bandiera con la capra istriana listata a lutto. Trieste ritornava all’Italia, la zona B era perduta».

«A quel fatidico giorno – sottolinea l’Irci – saremmo arrivati dopo le foibe, l’occupazione tedesca, i quaranta giorni drammatici di occupazione jugoslava, dopo nove anni di governo alleato, illusioni e delusioni fra manifestazioni e scontri in piazza, fino al culmine delle giornate di rivolta con i sei morti del novembre 1953. Solo nell’ottobre di un anno dopo sarebbe arrivata l’Italia, con un ulteriore aggiustamento dei confini che ci privò anche dei paesini sui colli di Muggia».

Con l’ultimo lembo di Istria perduto, quel giorno iniziò «in maniera radicale, aumentando di mese in mese per tutto il 1955 e protraendosi fino agli anni ’60, l’esodo dalla Zona B, area su cui, fino all’ultimo, molti avevano continuato a nutrire grandi speranze».

La mostra, a ingresso libero, sarà aperta ogni giorno, sabato e domenica inclusi: orario 10.30-12.30 e 16.30-18.30 fino al 30 marzo 2025.

«Il trattato di pace volle dire che anche Pola era perduta – scrive il direttore dell’Irci Piero Delbello –. C’era già stata la strage di Vergarolla a sconvolgere gli animi di chi sarebbe voluto restare, perché Pola era italiana, tutta. Se ne andarono in massa, in 30 mila, lasciando solo lo scheletro di una città, la più grande dell’Istria, deserta. Si creava uno pseudo Territorio Libero di Trieste diviso in due zone: il capoluogo, con un minimo lembo della provincia che era stata, diventava Zona A, sotto amministrazione militare anglo-americana, mentre Isola, Capodistria, Pirano e poco altro (ma quanto importante! E quanto italiano!) erano la Zona B, con un’amministrazione fiduciaria jugoslava».

E arriviamo alla notte fra il 25 e il 26 ottobre. Scrisse allora Pier Antonio Quarantotti Gambini: «Da un lato commozione per l’arrivo imminente dei nostri soldati, dall’altro angoscia, per il distacco della Zona B, angoscia per il nuovo passo avanti realizzato dalla Jugoslavia di Tito verso la periferia della città». «Un’angoscia – aggiunge Delbello – che niente poteva sanare». —

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