Moby e Tirrenia, il tribunale dice sì al concordato firmato Onorato: ecco i cinque punti chiave
LIVORNO. Nel giro di un pugno di ore il tribunale fallimentare di Milano guidato da Alida Paluchowski mette il (doppio) timbro ai due distinti piani di salvataggio che gli Onorato hanno presentato per evitare in extremis il fallimento di Moby e di Tirrenia: un salvataggio a un niente dalla linea di porta, qualcosa tipo Spinazzola su Lukaku nell’ultimo match azzurro contro il Belgio.
L’annuncio arriva prima da Moby e cinque ore più tardi da Tirrenia con due stringate note ufficiali curiosamente distinte ma identiche anche nelle virgole. Poche righe per segnalare che le società sono state ammesse «alla procedura concordataria proposta dall’impresa». In ambedue i casi si rivendica di aver «superato il periodo di emergenza Covid 19» grazie a «un focus sui ricavi e sulla marginalità»: lo si ripete in stereo col marchio Moby e col logo Tirrenia sottolineando che «proseguirà in continuità il suo piano industriale e commerciale».
La decisione dei giudici milanesi arriva al termine di mesi di bagarre giudiziaria ad altissima tensione. Figurarsi che: 1) i fondi speculativi erano andati all’attacco ad alzo zero e gli Onorato avevano presentato contro-denuncia alle autorità borsistiche internazionali; 2) la Procura era scesa in campo per chiedere il fallimento; 3) la scadenza-ultimatum davanti ai giudici per scongiurare il patatrac era slittata e poi ri-slittata e infine ri-rislittata in un valzer di proroghe; 4) il ministro (leghista) dello Sviluppo economico aveva innescato una guerriglia a suon di clausole e controclausole sul beneplacito ai commissari dell’ex Tirrenia pubblica che ha ancora da riscuotere i soldi della privatizzazione; 5) il fronte filo-Onorato aveva annunciato che sarebbe stata la famiglia a chiedere il fallimento. Insomma, non una vicenda economico-giudiziaria bensì un susseguirsi di colpi di scena come fossimo sul set di serie-cult tipo “Trono di spade”.
Alla fin fine ha pesato sulla bilancia un poker di fattori. Il primo: con un colpo di teatro, gli Onorato hanno messo in piedi un piano di risanamento che di fatto si basa sul libero mercato senza più far conto sui 70 milioni di contributo pubblico garantito per la Sardegna (non così invece per l’Elba). Il secondo: al tribunale di Milano è calato il numero dei fallimenti nell’era Covid, segno che non solo il legislatore punta a soluzioni meno choc per le crisi aziendali ma anche che la magistratura sta andando in questa direzione. Il terzo: i turisti riprendono a viaggiare, c’è un boom di prenotazioni sulle rotte per la Sardegna. Dunque, come anticipato dal Tirreno, a meno che non ci siano motivi (penali) gravi nessuno se la sente di mettere a repentaglio i collegamenti. Il quarto: proprio per questo motivo la Sardegna ha fatto quadrato cercando di puntare sulla presenza di più compagnie armatoriali in modo da innescare concorrenza, perché nelle stagioni di quasi-monopolio si rischia di ritrovarsi con meno posti-nave ma soprattutto con biglietti carissimi.
Ma c’è un quinto tassello in questo mosaico ed è quello che conta davvero. Per capirci: tanto le navi di Moby che quelle di Tirrenia avrebbero potuto fare la spola ugualmente fra Sardegna e continente ma essendo affidate ad altri. C’è una cosa extra che Achille Onorato, alla guida del gruppo insieme con il fratello Alessandro, ha messo sul tavolo per convincere il collegio presieduto da una magistrata rigorosa come Paluchowski: è la svolta drastica nella gestione, proprio quel che nell’autunno 2019 il tribunale aveva con severità richiesto a Moby pur respingendo al mittente la richiesta di fallimento. Come sottolinea il blogger finanziario Carlo Festa, nelle mille vicende fallimentari del Bel Paese è un caso più unico che raro il fatto che la richiesta di concordato sia accompagnata da un auto-disvelamento di tante magagne interne. E se sotto i riflettori sono finiti i soldi dati a Grillo, Renzi, Pd, Fratelli d’Italia, Change e chissà cos’altro o le spese pazze per il noleggio di aerei o il leasing di auto extralusso, in realtà il “cuore” erano soprattutto le spericolate operazioni all’interno del gruppo. Dev’esser stato il coraggio di alzare il velo a esser stato premiato con una apertura di fiducia.
Ora si apre una pagina nuova. Ma resta “cauto” l’ottimismo anche di un dirigente sindacale come Arnaldo Boeddu (Filt Cgil): c’è da «verificare se gli istituti di credito accetteranno il piano di rimborso proposto dall'armatore». Comunque senza il sì del tribunale «si sarebbe consumato un vero e proprio disastro le cui immediate conseguenze le avrebbero pagate i lavoratori e le imprese che in questi anni hanno fornito beni e servizi alla compagnia marittima». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA