Trump e l’onta della strategia Taco: così la propaganda iraniana sbeffeggia il presidente Usa con video Lego da milioni di clic
Trump che dorme, sogna di premere un bottone rosso e distruggere ponti e infrastrutture energetiche dell’Iran, con la complicità dei paesi del Golfo. Ma poi si sveglia e, piangendo con un taco in mano, firma i 10 punti proposti dai pasdaran. A nemmeno 12 ore dalla notizia della tregua tra Usa e Iran, un nuovo video in stile Lego sbeffeggia il tycoon e colleziona milioni di views. È l’ultimo di una lunga serie di contenuti della propaganda iraniana (e in generale anti-Usa e anti-Israele) creati con l’intelligenza artificiale, che in queste settimane di guerra sono diventati successo un vero e proprio caso di studio per il loro formidabile successo. Per l’Iran una vittoria sul piano comunicativo imprevedibile e senza precedenti. Per gli Usa una stangata reputazionale e di immagine che rischia di avere più di una conseguenza.
I contenuti sono tutti realizzati con una certa maestria, in un coloratissimo stile Lego Movie e con sottofondo di musica rap. Il filo comune che li lega è una narrazione che ironizza e prende in giro Trump, rappresentato come un leader infantile, capriccioso, aggressivo e senza freni. Ci sono poi Netanyahu (che lo tiene in pugno) Rubio, Hegseth e gli emiri del Golfo. I luoghi simboli come la Statua della libertà, i grattacieli di Dubai, la pista del Gran Premio del Barhein. In tutti i filmati, i fallimenti delle potenze occidentali vengono opposti alle gesta eroiche della Repubblica islamica. Non mancano continui riferimenti a Epstein, e alla sigla (tanto odiata dal presidente degli Stati Uniti) Taco, che sta per Trump always chickens out (Trump fa sempre marcia indietro all’ultimo momento). L’acronimo non è recente: è stato creato a maggio 2025 dal giornalista Robert Armstrong del Financial Times in riferimento alla strategia di continui dietrofront adottata con i dazi (Taco Trade), e in queste settimane di conflitto in Iran, anche grazie ai video Lego, ha vissuto una seconda vita. Con buona pace del Tycoon che ha dimostrato pubblicamente, durante una conferenza stampa di non sopportarlo.
Dietro c’è un gruppo di autori che si fa chiamare Explosive media. Loro hanno assicurato di non aver legami con la Repubblica Islamica ma alcune testate americane che hanno voluto approfondire il fenomeno, come il New Yorker, hanno individuato un collegamento con la fondazione Revayat- Fath Institute, associata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. A poco è servita la censura di Meta e Youtube, che hanno oscurato il loro account. Ogni video pubblicato è stato visto milioni di volte grazie a un’attività febbrile di condivisione che segue sempre lo stesso schema. Il contenuto viene inizialmente diffuso da canali iraniani e russi, per poi viaggiare autonomamente e senza controllo grazie a migliaia di altri profili in tutto il mondo. Le clip per la loro ironia e l’abile costruzione narrativa sono state capaci di creare una saldatura tra mondi, diventando popolarissime anche in occidente, in particolare nella variegata galassia di attivisti che si oppongono all’imperialismo statunitense e al governo estremista israeliano.
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