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A Salassa Alberand sposa la tradizione con innovazione e rispetto per l’ambiente

SALASSA CANAVESE. Nel cuore del Canavese c’è chi ha scelto di scommettere sul futuro ripartendo dalle proprie radici. L’azienda Alberand rappresenta un punto di riferimento per chi cerca nel vino non solo un prodotto, ma l’espressione autentica di un territorio. Tra i vigneti di Salassa, la cura meticolosa di ogni grappolo si trasforma in eccellenza enologica, portando avanti una tradizione che profuma di innovazione e rispetto per l’ambiente. Siamo andati a scoprirlo con Alex Alberand, il protagonista di questa avventura.

«Siamo nati nel 2018: una tradizione di famiglia, perché già in passato producevamo per noi o conferivamo uve ad altre cantine. Abbiamo iniziato con piccole quantità, pian piano siamo cresciuti e oggi abbiamo circa 6 ettari vitati e circa 12mila bottiglie all'anno. E facciamo ancora un po’ di sfuso, che ha aiutato a farci conoscere durante il Covid».

Che vitigni coltivate?
«Il Canavese ha un terreno morenico, da depositi glaciali. A Salassa invece abbiamo una forte presenza di corsi d'acqua, con terreni limo-argillosi, più adatti alla coltivazione dei vitigni a bacca rossa. Spiccano la Barbera e il Nebbiolo, di cui si ha già documentazione dal 1590 e che noi vinifichiamo in tre versioni. E anche Merlot, che amo e vinifico in purezza. Qui è sempre stato presente nelle vigne miste e si adatta bene al terreno».

Qual è la bottiglia che più vi rappresenta?
«Per tradizione e territorio sicuramente la Barbera. Il Nebbiolo per un discorso sentimentale, perché è il vino che abbiamo fatto tutti insieme».

Qual è la vostra filosofia? «Usiamo l'inerbimento permanente (copertura vegetale continua del suolo tramite specie seminate o spontanee gestita con sfalci regolari, ndr) e sui vigneti giovani anche la tecnica del sovescio (pratica agronomica naturale che consiste nella semina di piante specifiche seguita dal taglio e interramento per arricchire il suolo, ndr) per preparare il terreno alla semina. Abbiamo iniziato con piccole prove, abbiamo visto dei buoni risultati e abbiamo deciso di continuare. Poi adottiamo la lotta integrata. Io sono un meteoropatico cronico, quindi usiamo molto le capannine meteo e i dati climatici, così da trattare e gestire le avversità con meno interventi possibili in vigneto. Dico sempre che il vino lo beviamo anche noi, quindi è un motivo in più per gestirlo con cura. Per questo utilizziamo prodotti biologici, anche se per adesso non siamo ancora certificati».

Come reagisce il territorio al cambiamento climatico?
«In Canavese al momento ne stiamo godendo. I grandi cambiamenti li abbiamo visti dal 2022 e nel ’24. Ma, nonostante questo, non abbiamo mai avuto difficoltà e le uve arrivano perfette in cantina. L'Erbaluce ne sta beneficiando con acidità meno invasive e fastidiose, mentre la Barbera risente un po’ sui gradi alcolici e sulla freschezza. Il Nebbiolo invece si sta adattando molto bene grazie alle ottime escursioni termiche. In generale, pur essendo fortunati ad avere tanta acqua nel terreno, dovremo imparare a gestire meglio le sfogliature e le parti verdi della pianta. I produttori dovrebbero fare fronte comune per trovare le soluzioni migliori».

Ci parla dei suoi vini?
«Dëmora, un rifermentato da metodo ancestrale, da vecchie vigne di Moscato Nero d'Acqui, vitigno che non conoscevo, e di cui forse ci sono 50 piante in tutta Salassa. In dialetto significa gioco, è stato un esperimento molto ben riuscito, purtroppo mai più replicato, perché non ci sono state più le condizioni. Yuna e Helios, nomi di antiche divinità giapponesi e greche, che richiamano luna e sole. Le nostre vigne sono in campagna, senza inquinamento luminoso e si riescono a vedere bene le costellazioni. E il sole per i rosati. Lo Yin e lo Yang dei vini. Il primo è un Piemonte Doc Bianco, 100% Erbaluce, mentre il secondo un rosato da blend di uve rosse autoctone. Recetto, la nostra Barbera, è il vino della tradizione, amatissimo da mio nonno, il nostro cavallo di battaglia. Rubiolo, un Canavese Doc Nebbiolo. Vinificato in acciaio e affinato in barrique per 12-16 mesi. E a breve usciranno il Merlot e due bollicine metodo classico, un Rosè Nebbiolo in purezza e un Erbaluce».

Quali sono le difficoltà più grandi che hai incontrato? «Trovare terreni, e interfacciarsi con gli “anziani”, sempre un po’ restii a fidarsi. La burocrazia, che spesso ti impegna troppo, ed è la parte più noiosa del lavoro. E relazionarsi con la ristorazione locale. A volte è difficile far capire che anche sul territorio ci sono prodotti importanti da proporre ai clienti Adesso la situazione sta migliorando, soprattutto grazie ai giovani che stanno facendo un lavoro importante».

Cosa auspica per il futuro?
«Sicuramente ampliare la cantina e migliorare l’accoglienza. È importante far conoscere le realtà del territorio». —

Alfonso mollo

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