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Elezioni Danimarca: vittoria amara per Frederiksen. Non solo Groenlandia, sul voto ha pesato anche la “tassa sui maiali”

È una vittoria amara, ma in Danimarca il Partito Socialdemocratico guidato da Mette Frederiksen rimane il più rappresentato nel nuovo Parlamento. Ed è un voto su cui si dovrà necessariamente riflettere perché è il risultato di una serie di fattori: la ferma posizione della premier socialdemocratica sul ‘nodo Groenlandia’ nelle mire di Donald Trump non è bastata a portare una maggioranza più solida, mentre hanno avuto un loro peso specifico una serie di questioni spinose, come quella legata agli allevamenti di maiali di cui la Danimarca è uno dei maggiori esportatori. Di fatto, per oltre un mese, il dibattito si è concentrato sul Green Tripartite Agreement, l’accordo storico che prevede la prima carbon tax al mondo sulle emissioni del bestiame e che preoccupa, non poco, gli allevatori. E il voto mostra quanto nel Paese convivano ambizioni green e richieste che arrivano dal settore zootecnico. Specchio di quanto accade in molti Paesi europei, Italia in primis, a dimostrazione nella centralità della discussione sul futuro del modello agricolo europeo.

Il voto in Danimarca, vittoria amara per i socialdemocratici

Le elezioni, di fatto, si sono chiuse con 84 seggi per il blocco rosso, centro-sinistra, guidato dalla socialdemocratica Fredriksen, sette di vantaggio rispetto al blocco blu, conservatore, guidati dal Liberale Troels Lund Poulsen (77 seggi). I Moderaterne, centristi (blocco viola) detengono 14 seggi e avranno un ruolo chiave nel formare una maggioranza che necessita un quorum di 90 seggi nel Folketinget, il parlamento danese. Morale: i socialdemocratici di centro-sinistra hanno perso terreno rispetto alle ultime elezioni del 2022, così come i suoi due partner nel governo uscente. Né il blocco di sinistra, né quello di destra hanno ottenuto la maggioranza in parlamento. Non è bastato neppure il tema Groenlandia a dare una spinta maggiore. E dire che Mette Frederiksen, in cerca del suo terzo mandato, ha indetto le elezioni a febbraio, diversi mesi prima del termine previsto, nella speranza di trarre il massimo vantaggio dalla risoluta presa di posizione assunta sulla questione Groenlandia. La verità, però, è che nel corso del suo secondo mandato, il suo sostegno è diminuito a causa di una serie di fattori, come l’aumento del costo della vita, i nodi delle pensioni e del welfare e il dibattito su una possibile tassa patrimoniale. Ma se era scontato che si discutesse di questi temi nel corso della campagna elettorale, quello che nessuno si aspettava è che lo scontro si sarebbe acceso sulla questione dei maiali.

Il peso della tassa sulle emissioni degli allevamenti

In particolare, sul destino dei 28 milioni di suini prodotti annualmente in Danimarca alla luce dell’accordo che introduce misure significative per decarbonizzare il settore alimentare e agricolo e ridurne l’impatto ambientale. La legislazione si impegna a ridurre le emissioni di due milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Circa 140mila ettari di terreni agricoli bassi saranno convertiti in aree naturali. Secondo alcune stime del settore, però, la prima carbon tax al mondo sulle emissioni del bestiame potrebbe costare agli allevatori oltre 40 euro per tonnellata di anidride carbonica nel 2030, salendo a 100 nel 2035. Su questo tema in campagna elettorale è accaduto di tutto. Mette Frederiksen ha difeso l’accordo e ha proposto nuove restrizioni per proteggere l’acqua potabile dai pesticidi agricoli. La Sinistra Radicale ha chiesto un divieto assoluto di espandere o costruire nuovi allevamenti. Il partito Alternativa ha proposto un taglio dell’86% della produzione suina limitandola al solo fabbisogno nazionale. La Destra Populista, invece, guidata da Morten Messerschmidt, ha definito la tassa “dannosa per l’economia”, senza un reale impatto sul clima globale. E anche i liberali di Lund Poulsen hanno manifestato la loro contrarietà alle novità contenute nell’accordo. In uno stacco dal duello tv tra Fredriksen e Lund Poulsen le telecamere hanno immortalano i sostenitori dei loro due partiti fuori dagli studi, mostrando una persona travestita da maiale gigante che ballava tra la folla. Si trattava di Tage Neergaard, ingegnere di 70 anni che, intervistato dall’Ansa, ha spiegato le ragioni della sua protesta. “Sono qua per portare all’attenzione la condizione degli animali in Danimarca, soprattutto i maiali che fanno una vita miserabile. Siamo stanchi del fatto – ha detto – che i nostri bambini non possano fare il bagno o pescare, perché dobbiamo allevare milioni di suini. Una follia”.

L'articolo Elezioni Danimarca: vittoria amara per Frederiksen. Non solo Groenlandia, sul voto ha pesato anche la “tassa sui maiali” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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