Dimenticate James Bond: oggi le potenze ostili arruolano le spie della porta accanto
Due adolescenti si muovono tra gli edifici istituzionali all’Aia, uno zainetto in spalla e un dispositivo elettronico. Non cercano di entrare né di nascondersi. Si limitano a camminare, fermarsi, registrare segnali. Solo dopo mesi si scoprirà che stavano mappando il traffico Wi-Fi attorno a sedi sensibili, tra cui quella dell’Europol e dell’Eurojust. Secondo gli inquirenti olandesi, agivano su indicazione di un gruppo legato alla Russia. Non erano agenti addestrati, né parte di una rete strutturata di spie. Erano cittadini qualunque.
La nuova strategia
È questo il punto di svolta che preoccupa i Servizi europei. Come ha spiegato a Politico.eu Youssef Ait Daoud, responsabile delle minacce alla sicurezza nei Paesi Bassi, «per fare spionaggio, ormai, non serve più per forza una spia». Non servono più professionisti infiltrati per anni sotto copertura. Sempre più spesso, le operazioni vengono affidate a persone comuni, reclutate online con promesse di denaro o semplicemente con l’attrazione del rischio.
Le modalità sono volutamente ambigue. «Non è che ci sia un bigliettino con scritto: “Saluti dalla Russia” o “Saluti dall’Iran”», ha aggiunto Ait Daoud. «A volte è semplicemente: “Vuoi dare fuoco a qualcosa per 5.000 euro?”». Il messaggio non rivela il mandante, ma propone un’azione concreta, immediata, difficilmente riconducibile a un’operazione di intelligence.
Dalla Guerra Fredda a Telegram
Per decenni l’immaginario dello spionaggio è stato costruito attorno a figure come quelle raccontate in The Americans o nella recente serie Netflix Black Doves: agenti perfettamente integrati, identità costruite nei minimi dettagli, vite parallele condotte nell’ombra. Anche casi reali, come quello di Anna Chapman, hanno rafforzato l’idea di una spia che si mimetizza fino a diventare invisibile, indistinguibile da chiunque altro.
Accanto a queste figure, esistevano poi i cosiddetti walk-ins: individui che si presentavano spontaneamente alle ambasciate o ai secret services offrendo informazioni, spesso per motivazioni personali o ideologiche, ma comunque inseriti in un contesto strutturato e controllato.
Oggi però il paradigma si è ribaltato. Anzi, addirittura non serve più. Non si costruiscono più identità false: si attivano identità reali. Le piattaforme digitali, in particolare i canali di messaggistica utilizzati nello spazio post-sovietico, consentono un reclutamento rapido, frammentato, difficile da tracciare. Il risultato è una rete diffusa di collaboratori occasionali, spesso ignari del quadro più ampio.
Una zona grigia difficile da controllare
Questo modello si inserisce in quella che gli analisti definiscono una “zona grigia tra guerra e pace”. Non è scontro aperto, ma neppure semplice criminalità. È una pressione costante fatta di piccoli atti: sabotaggi, raccolta di dati, interferenze, scambio di informazioni. Dopo l’invasione dell’Ucraina, il ritmo di queste attività è aumentato in modo significativo in tutta Europa.
Per le autorità, il problema è duplice. Da un lato, individuare i responsabili è più complesso, perché non appartengono a reti note. Dall’altro, dimostrare il legame con uno Stato straniero richiede prove difficili da ottenere. Anche quando emergono indizi, come nel recente caso olandese, resta da stabilire quanto i singoli coinvolti fossero consapevoli del contesto in cui operavano.
Le risposte europee
Alcuni Paesi stanno adattando il quadro normativo. I Paesi Bassi hanno introdotto una legge più severa sullo spionaggio e creato unità dedicate. In Germania, ad esempio, le autorità hanno lanciato campagne di sensibilizzazione per mettere in guardia i cittadini dal rischio di diventare “agenti usa e getta”.
Insomma, la minaccia non passa più solo attraverso figure riconoscibili, ma può emergere in contesti ordinari, tra persone senza precedenti né affiliazioni evidenti.
Cosa ci aspetta
Nella scena iniziale, quei due ragazzi non avevano l’aspetto di chi partecipa a un’operazione internazionale. È proprio questa normalità a rendere il fenomeno difficile da intercettare e, per certi versi, più destabilizzante.
Se lo spionaggio può annidarsi nel vicino della porta accanto o nel barman incontrato per caso, allora la distinzione tra cittadino e operatore si assottiglia fino quasi a scomparire. E a quel punto, la domanda non è più solo se sapremo riconoscerlo in tempo, potremmo davvero più fidarci di qualcuno?
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