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Fenomeno Tribùk: quaranta editori, a turno, hanno ventotto minuti per presentare i titoli che vorrebbero vedere sugli scaffali dei librai

Un grande hotel, diciannove tavoli disposti in diversi saloni, sei o sette librai seduti a ciascuno, e un giro continuo di una quarantina di editori che, a turno, hanno ventotto minuti per presentare i titoli che vorrebbero vedere sugli scaffali dei librai. È il format essenziale di Tribùk, la convention che da nove anni riunisce ad Abano Terme una parte importante del mondo editoriale italiano. Scordatevi i più conosciuti e blasonati saloni del libro, qui niente pubblico e niente stand. Si lavora a testa bassa. Solo persone della stessa filiera che si confrontano, per ore e per giorni, con un entusiasmo che è difficile trovare altrove.

L’idea è mutuata dal modello del Winter Institute dell’American Booksellers Association, che si svolge ogni anno a Minneapolis e richiama centinaia di librai indipendenti da tutti gli Stati Uniti. Gli organizzatori italiani (una associazione culturale fondata nel 2016 da Gianluca Catalano, Sandro Ferri, Ester Hueting, Simona Olivito, Enrico Quaglia, Emanuela Rapetti e Martina Perseli) hanno osservato e reinterpretato in salsa italiana.

La vera ricchezza dell’evento sono i librai. Provengono da tutta la penisola, dalle grandi librerie dei capoluoghi alle botteghe di provincia che ostinati resistono controvento, dalle catene ai presìdi più indipendenti. Sono differenti per dimensioni e storie, ma accomunati da un mestiere che richiede coraggio e una buona dose di incoscienza. Non dev’essere un caso se, a dedicare un saggio proprio alla figura del libraio (rievocando la propria esperienza come assistente in uno shop di libri usati) è stato un certo George Orwell, con quel Bookshop Memories che resta un ritratto della professione più che mai valido ancor oggi. In un settore fragile, il libraio resta – per usare un’immagine antica ma calzante – la vestale di un tempio che rischia di spegnersi, ma che grazie al suo lavoro di tutti i giorni continua ad alimentare il fuoco. Umberto Eco, come viene spesso ricordato, associava la figura del libraio a quella del bibliotecario: entrambi hanno il precipuo compito di guidare e perfino spiazzare il lettore, di fargli scoprire libri “di cui non si sospettava l’esistenza”. Non è solo commercio, ma presidio culturale, ascolto, mediazione, entusiasmo. E qui, a Tribùk, tutto questo si vede senza filtri.

Noi ci siamo stati in veste di editori per la casa editrice Aliberti e per Millennium (il mensile del Fatto Quotidiano ad aprile in libreria con un numero monografico sul caso EPSTEIN, non perdetelo!), ed è stata la prima volta. Siamo arrivati – su incoraggiamento del nostro promotore Enrico Quaglia di Newmedi – con il sano scetticismo che si riserva alle fiere di settore, convinti che sarebbe stata un’avventura utile, ma, confessiamo, senza eccessivo entusiasmo. La sorpresa è stata grande. Insieme alla fatica degli incontri, conoscere uno per uno i circa 130 librai presenti si è rivelato un privilegio assoluto vedere la varietà umana di un mestiere che meriterebbe molta più attenzione e molto più merito. Perché è vero che la filiera serve tutta, ma alla fine chi porta il libro al lettore – che è la vera ricchezza e il vero futuro del settore, e forse del Paese – è proprio il libraio.

Molti di loro affrontano sacrifici quotidiani per far quadrare i conti, stimolare alla lettura e selezionare un catalogo che li rappresenti fino in fondo. Tengono alla propria identità culturale come a un bene prezioso, e spesso subiscono le imposizioni di mode editoriali che rischiano di annacquare ciò che li ha portati a scegliere il mestiere forse più bello del mondo: vivere tra i libri, leggere, incontrare mille vite – quelle sulla carta e quelle dei lettori. A Tribùk non c’era nessun “porgitore di prodotti”, ma persone appassionate, competenti, in dialogo con editori che, nel confronto, scoprono di aver bisogno dei librai molto più di quanto credessero prima di arrivare qui. Si esce dalla fiera pensando, come è capitato a noi, che è stato un peccato non aver cominciato prima, perché un dialogo così avrebbe migliorato sicuramente la nostra offerta editoriale.

Accanto agli incontri, quest’anno è stato presentato anche il “Premio Tribùk delle Librerie 2027”, organizzato dall’Associazione Tribùk con Etica SGR. Un premio particolare perché la giuria è composta esclusivamente da librai. prima una selezione affidata a quindici librerie sorteggiate tra indipendenti e catene, poi il voto finale, pubblico, durante la decima edizione del 2027. Ogni editore potrà candidare un solo titolo per sezione – narrativa, non-fiction, ragazzi – tra le opere pubblicate nel 2026.

Il merito degli organizzatori è aver costruito, negli anni, un luogo di confronto reale, sobrio ma non troppo (non sono mancati momenti ricreativi, aperitivi e djset), in cui si diventa anche amici, perché per dirla con lo scrittore statunitense Irving Stone “Non ci sono amicizie più rapide di quelle tra persone che amano gli stessi libri”. Un evento che non rincorre la spettacolarizzazione dell’editoria ma la sua sostanza. Tribùk ricorda che il libro, prima di diventare un oggetto da festival, è un sodalizio, un patto tra chi lo pubblica e chi lo mette nelle mani dei lettori. E che questo patto, oggi più che mai, passa attraverso il lavoro silenzioso e tenace dei librai, che sempre siano lodati.

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