Ripartite le ricerche di Sara Pedri la ginecologa scomparsa cinque anni fa in Trentino
Sono ripartite in Trentino le ricerche di Sara Pedri, la ginecologa scomparsa misteriosamente cinque anni fa. A darne notizia è stata la famiglia della giovane. I soccorritori sono entrati in azione nelle acque del lago di Santa Giustina.
La speranza della sorella
Oggi sono iniziate le ricerche della nostra Sara. Sentivo il bisogno di condividere con voi, che non ci avete mai lasciati soli, questo momento così carico di emozione, di attesa, di speranza e di dolore insieme“. Queste le parole di Emanuela Pedri, sorella della giovane ginecologa scomparsa nel 2021. “Sappiamo bene che dopo cinque anni difficilmente troveremo un corpo. Lo sappiamo con la mente, ma il cuore continua a sperare”.
La giovane ginecologa è scomparsa il 4 marzo 2021 e da quel giorno di Sara Pedri non si sa più nulla. C’è l’ipotesi di un gesto drammatico, che sembra ormai essere diventata una certezza, ma le ricerche hanno sempre dato esito negativo.
Nelle scorse settimane la famiglia di Sara Pedri, ancora in cerca di risposte, aveva scritto al Prefetto per chiedere di riprendere le ricerche.
Le ultime ricerche nel 2023
Le ultime ricerche sulla giovane sono state compiute nel 2023. Sara Pedri lavorava all’ospedale Santa Chiara di Trento. Diede le dimissioni il giorno prima di sparire, all’inizio di marzo del 2021. Nei mesi precedenti aveva raccontato più volte alla sua famiglia di avere subito mobbing e frequenti umiliazioni sul luogo di lavoro.
La sua storia spinse l’azienda ospedaliera ad aprire un’indagine interna, e in seguito ce ne fu anche una giudiziaria che portò a un processo per presunti maltrattamenti, in cui erano imputati l’allora primario del reparto di Ginecologia e Ostetricia e la sua vice. Entrambi sono stati assolti con formula piena il 31 gennaio del 2025. Sebbene la famiglia e l’opinione pubblica abbiano spesso parlato di una spinta psicologica insostenibile derivante dal lavoro, il processo si è concentrato tecnicamente sul reato di maltrattamenti. La Procura non è riuscita a dimostrare in primo grado il nesso causale diretto richiesto dalla legge per condannare i vertici del reparto in relazione alla morte o alla scomparsa della ginecologa.
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