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Razzismo, Fabiano Ballarin: “Il sistema calcio non era d’accordo, mai noi non potevamo più girarci dall’altra parte. ‘Pensa solo a giocare’, una frase che odio”

Il giorno dell’esordio tra i professionisti del diciottenne nigeriano Akeem Omolade, il clima allo stadio di Terni divenne improvvisamente cupo. Una frangia della tifoseria ospite, quella del Treviso, decise di rimuovere i propri striscioni e intonare cori offensivi contro il giovane attaccante appena entrato in campo e “colpevole” solo del colore della sua pelle. La risposta della squadra trevigiana passò alla storia: nella partita successiva contro il Genoa, in casa, i compagni e l’allenatore Mauro Sandreani scesero in campo con il volto dipinto di nero. A distanza di 25 anni, Fabiano Ballarin, uno dei leader di quel gruppo e tra i promotori di quella protesta coraggiosa, racconta al fattoquotiano.it cosa successe.

Ballarin, come nacque l’idea del volto dipinto di nero?
Fu un’iniziativa fortissima, mai vista prima. L’idea nacque nello spogliatoio tra i giocatori più esperti: in quel Treviso c’erano figure come Murgita, Rocchi, Bortoluzzi e Minotti. Tra compagni si crea sempre una sorta di fratellanza e sentivamo il bisogno di difendere uno di noi. Akeem era giovanissimo, forse allora non si rese nemmeno conto appieno della gravità di ciò che stava accadendo. Purtroppo la vita con lui è stata sfortunatissima: è scomparso prematuramente pochi anni fa. Noi, però, non potevamo più girarci dall’altra parte, anche perché l’anno precedente c’era stato un episodio simile con il brasiliano Pelado.

Oggi, a distanza di un quarto di secolo, è ancora orgoglioso di quel gesto?
Moltissimo. Lo facemmo senza paura, con il cuore e con la testa. Il ‘sistema calcio’, dai dirigenti del club fino a quelli della Lega, non era favorevole a una protesta così eclatante, ma noi rimanemmo compatti. Andammo dritti per la nostra strada.

Oggi sarebbe possibile o avrebbe senso una protesta del genere?
Forse oggi avrebbe meno senso, perché ci sono più strumenti istituzionali per difendersi. Negli stadi la situazione è migliorata, ma è cambiata soprattutto la società: un tempo c’erano pochissimi stranieri in squadra, oggi l’integrazione è la norma. Non credo che il cambiamento sia merito delle leggi repressive; certamente oggi, con le telecamere e la tecnologia, per i razzisti è tutto più complicato.

Dopo quell’episodio, ha vissuto altre esperienze simili nella sua carriera?
Come calciatore non ne ho più avuto bisogno, anche perché ho giocato in piazze che non avevano questo tipo di derive. Ma non avrei avuto timore a rifarlo. Sono sempre stato orgogliosamente antirazzista e antifascista, sostenendo ogni iniziativa volta all’integrazione. Devo dire che, fortunatamente, non ho mai ‘pagato dazio’ per le mie posizioni.

Cosa invece non è cambiato affatto da allora?
Il fatto che i calciatori tendano a non esporsi. ‘Pensa solo a giocare’, ci dicevano sempre. È una frase che non ho mai sopportato: sono un calciatore, ma sono prima di tutto un uomo che pensa. Purtroppo l’ho sentita pronunciare anche recentemente dal ct della Nazionale Gattuso. Sotto questo aspetto è molto diverso negli Stati Uniti, un Paese che amo e che ho visitato spesso, anche se finché ci sarà Trump non ci metterò più piede: lì gli sportivi si espongono in prima persona per i diritti civili e contro il razzismo. Il calcio, e lo sport in generale, dovrebbe essere un veicolo di questi valori.

L'articolo Razzismo, Fabiano Ballarin: “Il sistema calcio non era d’accordo, mai noi non potevamo più girarci dall’altra parte. ‘Pensa solo a giocare’, una frase che odio” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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