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L’Appennino, la montagna vissuta: colonna verticale della nostra Nazione

Secondo Martin Heidegger la natura non deve essere intesa come qualcosa che sia soltanto sottomano e neppure come forza naturale. Secondo il grande filosofo tedesco “la foresta è forestazione, il monte è cava di pietra, il fiume è energia idrica, il vento è vento in poppa. Col mondo circostante svelato si incontra ad un tempo la natura in tal modo svelata. Un tal modo di svelare la natura lascia ancora coperta la natura come pulsione e desiderio, quella che ci sopraffà e che, come paesaggio, ci affascina. Le piante del botanico non sono fiori di riviera, le sorgenti geograficamente stabilite di un fiume non sono le polle d’acqua nel podere (…) Nelle vie, nelle strade, nei ponti, negli edifici la natura è svelata attraverso il pro-curare, secondo una determinata direzione”.

Il passo di Heidegger ci spiega esattamente il rapporto tra la natura e l’uomo. Un rapporto che si può condensare nell’utilizzo che l’uomo fa della natura sia dal punto di vista sociale ed economico, sia dal punto di vista pulsionale. Esiste sicuramente una differenza tra le piante del botanico e i fiori di riviera e, per dirla con i temi che a noi interessano, esiste una differenza sostanziale tra una pineta e un bosco. Entrambe le cose, però, esistono nella misura in cui si svelano all’uomo tramite il suo pro-curare che è “via via già così com’è sulla base di una familiarità col mondo. In questa familiarità l’esserci può perdersi in ciò che si incontra nel mondo ed esserne preso”.

In questo perdersi ed esserne preso c’è tutto il rapporto antico, ancestrale e potente che l’uomo ha con la natura, con l’ambiente e con il mondo che lo circonda. “La Remuda”, il cortometraggio che il Parco Nazionale Appennino Lucano ha realizzato con Arya Production con l’importante collaborazione dell’Associazione Persone Down Sezine Vulture Myriam Talucc e presentato a Moliterno riprende questo concetto e prova a renderlo fattuale.

Il mondo che ci circonda, la montagna, le tradizioni della transumanza non sono soltanto una fotografia, non sono soltanto un bisogno economico, non sono neanche un racconto, sono anche e soprattutto il contesto nel quale l’uomo realizza se stesso nella sua realtà, nel suo differenziarsi secondo il contesto in cui vive e si muove. Questo cortometraggio racconta un po’ una visione dell’ambiente. Parlando di ambiente, spesso ci si misura con un pendolo che fino ad ora ha avuto la pericolosa oscillazione tra la natura vista come luogo da sfruttare e la natura come luogo da ammirare a distanza e da non toccare.

Io credo che sia necessario riprendere ad unire e superare questi due estremi del pendolo nella consapevolezza che l’uno senza l’altro non esiste e che nel procurare l’uomo si prende cura della natura e lascia che la natura si prenda cura di lui. E’ quello che accade alla protagonista del docu-film, una ragazzina con la sindrome di down che vive in montagna con il padre pastore, che dalla montagna vorrebbe fuggire ma che, poi, nella montagna trova non solo le sue radici ma la sua stessa identità.

Il docu-film con le sue immagini e le sue fotografie racconta la bellezza dei paesaggi del Sirino ma presenta anche un modo diverso di immaginare la natura e l’ambiente anche come luogo dove è possibile ritrovare se stessi. Non è soltanto un richiamo retorico né una cartolina da esibire ma una vero e proprio manifesto programmatico per un ambientalismo che non sappia di retorica.

Può e vuole essere l’ asse portante di una strategia che speriamo di iniziare quanto prima partendo dalle scuole, dalle nuove generazioni coinvolgendo anche le associazioni, gli operatori e quanti intendano collaborare con l’Ente per la realizzazione di qualcosa di veramente ambizioso. Basta aprire le prime pagine dei giornali, seguire la cronaca quotidiana, vedere ciò che accade per le strade per rendersi conto del disordine, dello scoramento e dello spaesamento che vivono le nuove generazioni.

Possiamo dire che le tecnologie, come sempre, hanno cambiato anche l’uomo e lo stanno radicalmente trasformando aumentando la possibilità di fruire di nuove nozioni ma riducendogli l’ordine delle stesse e la capacità di costruire un mondo e, quindi, di essere veramente completi. Il bullismo, le dipendenze, alcuni costumi disordinati non sono il frutto esclusivo di scelte individuali ma nascono anche da una società che ha cancellato le proprie radici che ha smesso di trovarsi nel mondo reale per rifugiarsi nel virtuale.

Nulla è più reale della montagna. Nessuna montagna è più reale dell’Appennino. L’Appennino non è la montagna lontana e misteriosa, non ha le difficoltà delle Alpi né tantomeno il fascino della sfida delle grandi vette Himalayane. L’Appennino è il luogo della montagna vissuta. Per dirla con Heidegger è il luogo in cui la strada, la chiesa, il campanile, il sentiero hanno dato direzione e hanno svelato la natura. Ecco perché l’Appennino ha tutte le capacità per essere il vero nemico delle fragilità, lo strumento con il quale costruire un nuovo rapporto reale tra uomo e natura che non sappia di retorica e non la riduca al solo sfruttamento economico.

La realizzazione e la presentazione di questo docu-film è, quindi, per noi soltanto un primo passo per provare ad immaginare una nuova funzione dell’Appennino come strumento in grado di consentire all’uomo di ritrovare se stesso. L’obiettivo è quello di immaginare l’Appennino contro ogni dipendenza e contro ogni fragilità partendo dalle scuole e dalle nuove generazioni perché la prossima generazione è l’unica cosa che conta. Un’idea che, partendo dall’Appennino Lucano, può avere l’ambizione di comprendere l’Appennino come colonna verticale della nostra Nazione capace di costruire un’identità viva che non sia solo raccontata e ricordata ma vissuta, modificata e non solo fotografata.

*Presidente Parco Nazionale Appennino Lucano Val d’Agri Lagonegrese

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