Venezuela, media: “Arrestato Alex Saab”, l’uomo che ha trattato la liberazione di Trentini. Il legale smentisce: “Fake news”
Nelle ultime ore una fitta coltre di mistero ha avvolto la figura di Alex Saab. Fonti militari Usa hanno riferito a Reuters e a Caracol che l’imprenditore colombo-libanese sarebbe stato arrestato a Caracas, all’alba di mercoledì (2.00 del mattino) nell’ambito di un’operazione eseguita dal Sebin, il Servizio bolivariano d’Intelligence, con il sostegno dell’Fbi. Tuttavia il suo legale, Luigi Giuliano, interpellato da Ilfattoquotidiano.it e da testate locali, smentisce la notizia, definendola una “fake“. Giuliano ha sottolineato a Ilfattoquotidiano.it che Saab “sta bene e si trova a Caracas”, assicurando che lo avrebbe incontrato in seguito. Il legale ha poi cercato di smentire il coinvolgimento dell’Fbi in quanto il suo assistito “non ha alcun problema con gli Stati Uniti“, ribadendo il carattere “sensazionalista” della storia. Giuliano ha anche parlato di una possibile smentita, che sarebbe avvenuta in data odierna (giovedì, 5 febbraio).
L’ex-ministro, che aveva condizionato il rilascio di Trentini al suo procedimento per “riciclaggio” – poi finito in patteggiamento – è stato arrestato all’alba di mercoledì, alle 2, due settimane dopo il rientro del cooperante e a un mese dalla caduta di Nicolás Maduro. Altro tentativo di smentita è stato pubblicato sul sito Venezuela-news.com, ma ora il contenuto risulta rimosso dal portale. Fin troppo taciturno lo stesso imprenditore, di recente rivelatosi particolarmente attivo sui social, sui quali si è scagliato contro Semana e altre testate che avevano riportato la notizia del patteggiamento. Nessun post dal 3 febbraio. Secondo Giuliano, Saab non sarebbe intervenuto direttamente a smentire le notizie “per rispetto all’istituzione”, cioè all’esecutivo di Caracas.
Anche la presidente Delcy Rodríguez ha scelto la linea del silenzio, evitando di commentare la vicenda. Suo fratello, Jorge, presidente dell’Assemblea nazionale, interpellato nel corso della notte, non conferma né smentisce l’arresto di Saab, sottolineando che non è il suo ambito di competenza, allargando le ombre sul caso. Roberto Deniz, giornalista di inchiesta di Armando.info, sottolinea “l’insofferenza dei fratelli Rodríguez” nei confronti dell’imprenditore, che sarebbe rimasto “senza protezione” dopo la cattura di Maduro. Saab è stato infatti destituito dal suo ministero a inizio gennaio, subito dopo l’insediamento di Rodríguez, che ha inoltre ordinato lo smantellamento del Centro de inversión productiva, situato a pochi passi dell’ambasciata italiana a Caracas.
Altre fonti locali, come la testata AlbertoNews, sono addirittura scese nel dettaglio: l’ordine sarebbe partito da Diosdado Cabello, ministro dell’Interno, e che l’imprenditore sarebbe stato trasportato nell’Helicoide, il maxi-carcere di Caracas, ipotizzando addirittura l’estradizione negli Usa. Quest’ultima comporterebbe una palese violazione alla Costituzione venezuelana – non di certo un freno inibitorio a Caracas – e la revoca dell’Indulto concesso da Joe Biden all’imprenditore nel 2023, già vagliata dall’amministrazione Trump.
Quello di Saab è un profilo che incrocia più mondi: nato a Barranquilla (Colombia) nel 1971, da genitori libanesi, l’imprenditore sbarca a Caracas su mediazione dell’ex-guerrigliera Piedad Córdoba, che gli presenta il leader Hugo Chávez. Nel 2011 diventa fornitore della Misión Vivienda, attraverso il Fondo Global de Construcción Colombia, per poi gestire il programma alimentare Clap. L’esito: migliaia di poveri senza casa né cibo e oltre 1 milione di dollari sottratti allo Stato venezuelano, di cui almeno 350 milioni dirottati negli Stati Uniti. Di qui l’inchiesta federale che lo porterà a una dura prigionia negli Usa, interrotti dalla grazia di Biden, nel 2023.
La pista dei soldi arriva dritto a Roma, attraverso società di comodo come Kinloch Investments e Jamasa Properties Ltd. Si arriva, nel 2019, al sequestro dell’appartamento di via Condotti e delle opere d’arte dal valore complessivo di 6,8 milioni di dollari. Saab e la moglie Camilla Fabri – divenuti poi ministri a Caracas – vengono accusati di intestazione fittizia, riciclaggio e autoriciclaggio.
La partita si riapre con la vicenda Trentini, complice l’immobilismo del governo Meloni, riluttante a ogni sorta di contatto diretto con Caracas. Saab si inserisce nel vuoto lasciato dal governo, chiedendo l’archiviazione del fascicolo in cambio del rilascio del cooperante. Dopo un lungo braccio di ferro arriva l’accordo: prima la revoca delle misure cautelari e poi il patteggiamento, stabilito dalla sentenza n.2979 depositata il 31 ottobre. Nel frattempo la diplomazia ricuciva i rapporti con i diplomatici venezuelani, giunti in Italia durante la canonizzazione dei santi Hernández e Rendiles. Saab però non riporta a casa Alberto nei tempi concordati e la Procura fa ricorso: la sentenza viene poi confermata, lasciando aperti i canali con Caracas. Ci penseranno gli americani, tra blitz e diplomazia, a garantire il ritorno di Alberto in Patria.
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