Mille morti in mare per il ciclone Harry: perché la Tunisia non ha fermato le partenze?
Quando si dice “dispersi” è rarissimo che qualcuno riappaia. E questo è particolarmente vero per le vittime delle rotte del Mediterraneo. Per quanto riguarda ciò che è successo nel Mediterraneo al largo delle coste tunisine e libiche attorno al 20 gennaio, nel pieno del ciclone Harry, c’è solo da sperare che la cifra sia sotto i mille morti. Ma lo sarebbe di poco. Ci sono stati infatti, più o meno negli stessi giorni, 380 dispersi partiti dalla Tunisia segnalati dalle Ong e confermati dalle autorità italiane. A questi si aggiungono le 51 vittime di un naufragio a Tobruk, ma soprattutto le ultime stime delle Ong hanno aggiunto circa 500 persone che risultano partite dalla costa tunisina nell’area di Sfax e non arrivate. Il totale si avvicinerebbe a 950.
Nell’ anno più tragico, il 2016, le vittime della rotta mediterranea erano state poco più di 5 mila. Ancora qualche numero: in tutto il mese di gennaio di quest’anno gli sbarcati in Italia sono stati 1.400 cioè meno della metà del gennaio 2025. Piantedosi l’ha vantata come gestione dei flussi, ma la differenza l’hanno fatta i naufragi. Il ciclone Harry, devastante conseguenza del cambiamento climatico, ha incrociato la crisi migratoria, o meglio il proibizionismo migratorio: i due grandi temi del nostro tempo. Ma intanto in Italia si parlava di coltellini e martellini.
Per quanto riguarda la responsabilità morale e materiale di questi naufragi, indubbiamente le più dirette sono quelle degli scafisti. Come si fa a far partire le barche con le previsioni metereologiche di ciclone? L’allerta meteo era stata data abbondantemente. E’ accertato che la stragrande maggioranza dei naufraghi provenga dagli accampamenti provvisori negli uliveti sul mare vicino a Sfax. In quella zona non mancano controlli polizieschi, militari e marittimi. Ma sembra che ultimamente, pur di ridurre la presenza dei migranti subsahariani, sia la stessa polizia a forzarli a partire.
Luca Casarini mi ha detto che non si esclude una corruzione della Guardia Costiera tunisina da parte di uno scafista noto col soprannome di Mauritania. Potenziata e foraggiata da Italia e Unione Europea, in questo frangente drammatico, la Guardia tunisina se n’è completamente infischiata di intercettare le partenze.
Ovviamente intercettare non è la stessa cosa di soccorrere e salvare ma in questo caso lo sarebbe stato. Logicamente è impossibile controllare perfettamente tutta la costa tunisina. Ma che tutte queste imbarcazioni siano partite perché la Guardia costiera tunisina non se n’è accorta è impossibile dopo tutti gli accordi col presidente Saied. Sembra incredibile, ma al momento in Tunisia non se ne parla.
Sono appena passati 15 anni dalla Rivoluzione dei Gelsomini e dalla immediatamente successiva ondata di partenze verso l’Italia. Fu anche un anno di tragedie del mare. Ricordo ragazzi della periferia di Tunisi entusiasti della libertà (“partiamo domani”) e poi scomparsi. Poi il tristissimo movimento delle madri degli scomparsi tunisini, convinti che i loro figli fossero in carcere in Italia impossibilitati a comunicare. Ma quelle partenze avvenivano nello sbandamento e nell’assenza della Guardia Costiera. Ora si parla di migliaia di subsahariani, emarginati e maltrattati in Tunisia senza soluzioni. Ci sono attivisti solidali anche in Tunisia ma fanno sempre più fatica a prendere la parola.
Il contrasto dei flussi da parte del governo italiano per interposta Tunisia questa volta ha preso le dimensioni di una tragedia grande.
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