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Blackout digitale, la rivolta in Iran si combatte su due fronti

di Giada Zona

Arriva oggi la notizia che, in Iran, il governo ha reso nota la decisione di non voler ripristinare internet fino al Nowruz, giorno della celebrazione del capodanno persiano che cade nel mese di marzo. É dall’8 gennaio che le autorità continuano a bloccare l’accesso alla rete per impedire ai manifestanti di unirsi e per agevolare, invece, la manovra repressiva degli apparati statali.

Da questa parte del globo, la percezione degli eventi è rimasta interdetta: siamo infatti di fronte ad una delle più grandi azioni repressive che il regime abbia mai compiuto sulla rete.

L’obiettivo non era la mera interruzione del flusso informativo o di provocare reazioni irrazionali nell’opinione pubblica (“panico morale”), piuttosto quello di fornire informazioni false e versioni contrastanti dello stesso evento, volte a generare incertezza e a distogliere lo sguardo dalla realtà dei fatti. E’ l’ONG Freedom House a sostenere che l’Iran stia diffondendo fake news sugli attivisti, sulle proteste e sui giornalisti indipendenti, presentando quindi in maniera fortemente distorta le ribellioni nel Paese. 

Nella sua storia, Internet è stato più volte utilizzato dai governi per esprimere diversi scopi: democratici, repressivi, economici, finanziari, socioculturali. Il blackout in Iran è l’evidente segnale, o segno, che le notizie siano controllate dal regime che sta lavorando anche sul cosiddetto “internet sovrano”, ovvero un sistema dove sono le stesse autorità politiche a decidere quali informazioni diffondere e quale no, cosa può essere pubblicato e cosa è meglio evitare, pur garantendo a tutti i servizi principali di funzionare. E’ NetBlocks, che lavora sulle reti e sulla censura, a segnalare che il blocco di Internet in Iran sia durato circa una settimana.

Non c’è solo questo: da alcuni giorni si discute della possibilità di accedere gratuitamente a Starlink, servizio che favorisce l’accesso alla rete per via satellitare dell’azienda spaziale SpaceX che, però, necessita a sua volta la presenza di piccole antenne, la cui installazione risulta complicata in un regime totalitario come l’Iran.

Lo stesso regime sta infatti adottando metodi sofisticati per interferire con i segnali GPS che i terminali utilizzano, servendosi anche di altri strumenti per impedire loro le telecomunicazioni; visto che i terminali devono necessariamente trovarsi in aree del cielo ben visibili, il regime sfrutta anche la loro posizione, utilizzando i droni.

Nonostante l’apparato di sorveglianza, una parte della popolazione iraniana negli ultimi giorni è riuscita a diffondere immagini e video delle proteste e della repressione totalitaria. Un tentativo di resistenza e di ribellione all’oppressione e alla sorveglianza di un regime che sta combattendo la sua battaglia su un altro fronte: la rete. 

Non è però una novità che le autorità iraniane si servano delle rete come strumento di repressione e censura: era il 2019 quando diverse proteste vennero bloccate grazie all’assenza di Internet per diversi giorni, nascondendo a tutto il mondo le centinaia di morti. Da qui l’Iran iniziò a moderare le sue attività in rete come dimostrarono le proteste nel 2022 e nel 2023, dove il blackout –che c’era comunque– toccava alcune regioni del Paese. Oggi, invece, l’Iran sta agendo prepotentemente sulla rete, spesso da noi idealizzata come un’entità astratta e apolitica, rendendola uno strumento di sorveglianza e rivelando che Internet può, anche, diventare terra, materiale e immateriale, di conflitti.

Access Now e altre organizzazioni digitali hanno dimostrato che i blocchi a Internet siano diventati un comportamento adottato dai regimi totalitari per reprimere le proteste, per bloccare il dissenso, per affermare ed imporre determinate narrazioni che saranno poi discusse dall’opinione pubblica. Oltre al blackout digitale, il regime iraniano sta implementando tecnologie biometriche, le quali vengono utilizzate per garantire il rispetto delle leggi sull’hijab o per riconoscere le donne nei luoghi pubblici, ponendo delle telecamere, le stesse utilizzate anche per identificare i manifestanti in seguito alle proteste.

Inoltre, secondo un report di Filterwatch (un’organizzazione che monitora la censura di internet in Iran) nel paese sarebbe in corso la messa a punto di un progetto statale riservato che servirebbe a trasformare la rete internet iraniana, dove “l’accesso al mondo esterno é concesso solo a coloro che dispongono di un’autorizzazione di sicurezza tramite una rigida lista bianca“, divenendo così un sistema di sorveglianza di massa attraverso elenchi di sicurezza.

Quello che sta accadendo in Iran è la dimostrazione che Internet sia anche uno spazio politico: può essere utilizzato per ragioni governative, per vocazioni ideologiche, per strategie di sorveglianza, di potere e di censura. La guerra oggi può raggiungere anche i nostri schermi, come dimostra il tentativo del regime iraniano di presentare la propria visione del mondo, spegnendo qualsiasi voce minoritaria o dissidente. É quello che fa un regime totalitario, che scommette sulla potenza dei vari medium, auspicando di diventarne il loro padrone, nella speranza (o forse nella presunzione) che, dall’altra parte, non ci siano tentativi di resistenza e posizioni antagoniste.

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