“E’ iniziato tutto come una sfida. Quando sono andato a Boston a chiedere la licenza non mi conosceva nessuno. Dicevano: questo qui che vuole?”: Enzo Fusco racconta i 25 anni di Blauer
Quando Enzo Fusco si presenta a Boston, all’inizio degli anni Duemila, nessuno lo conosce davvero. Chiede la licenza di un marchio storico americano, nato nel 1936 come produttore di capi tecnici per la polizia e i corpi speciali. Dall’altra parte dell’oceano lo ascoltano con cortesia, ma senza particolare convinzione. Eppure quella richiesta va a buon fine. “Blauer è entrato nella nostra vita come una sfida, ma si è trasformato in una storia di famiglia. Dopo tre anni, visti i risultati, non solo ci hanno rinnovato la licenza, ma ce l’hanno estesa per tutto il mondo”, racconta oggi Fusco. “Poi, al decimo anno, siamo entrati nella proprietà del marchio. Quello è stato un momento importante”.
È da lì che prende forma la storia di Blauer in Italia, che oggi compie 25 anni e viene celebrata con una mostra e un evento alla Triennale di Milano che inaugura il 16 gennaio, nel primo giorno di Fashion Week Uomo. Non una sfilata, ma un’esposizione fotografica – Family Grammar, curata da Felice Limosani – che ricostruisce il percorso del brand attraverso le immagini di fotografi come Bruce Weber, James Mollison, Marco Glaviano e Richard Phibbs, restituendo una narrazione visiva coerente di ciò che Blauer è diventato: un marchio di moda nato da un prodotto funzionale. “Festeggiare i 25 anni non è scontato, soprattutto di questi tempi“, dice Fusco. “Tra guerre, tensioni internazionali e consumi che cambiano, restare sul mercato e crescere è già un segnale importante”. Il 2025 si chiude per Blauer con un +10% rispetto all’anno precedente, un risultato che l’imprenditore definisce significativo “considerata la situazione generale”. Le previsioni per il 2026 confermano la stessa traiettoria: “Abbiamo già venduto il 40% dell’invernale prossimo”.
Ma i numeri, da soli, non spiegano il posizionamento del marchio. Fusco insiste su un punto chiave: è cambiato il modo di spendere. “Le persone oggi fanno una vacanza in più, escono di più, fanno più weekend. Il giubbotto non è più l’acquisto centrale come un tempo”. Anche il rapporto dei giovani con la moda è mutato: “Oggi c’è una t-shirt, un giubbottino, un piumino e si esce. I giovani sono più distaccati dalla moda nel senso tradizionale”. Eppure Blauer è riuscito a intercettare proprio quella fascia, la più ambita sul mercato: “Senza pensarci troppo, ci siamo trovati a vestire anche ragazzi di 14 o 15 anni. Il piumino con l’onda è diventato oggi un’icona tra i giovanissimi”. Un successo imprevisto, che si legge anche nei dettagli: “Lo vogliono bianco o nero. Se vai davanti a una scuola superiore, su dieci ragazzi cinque hanno il nostro giubbotto”. Un dato empirico, osservato sul campo, che racconta più di molte ricerche di mercato.
Il ricordo che meglio sintetizza l’origine del progetto Blauer resta quello del primo viaggio negli Stati Uniti: “Quando sono andato a Boston a chiedere la licenza non mi conosceva nessuno. Mi guardavano un po’ come per dire: questo qui che vuole? E’ matto”, racconta Fusco. “Sapevano chi ero per le referenze, ma non credevano davvero nel progetto. E invece dopo tre anni, visti i risultati, non solo ci hanno rinnovato la licenza, ma ce l’hanno estesa per tutto il mondo. Poi, al decimo anno, siamo entrati nella proprietà del marchio. Quello è stato il passaggio decisivo”. Un rapporto costruito sul tempo e sulla fiducia: “Ci hanno sempre detto che eravamo la famiglia italiana affidabile. In 25 anni sono venuti a trovarci solo due volte. Questo, per me, vale più di qualsiasi contratto”.
Il prodotto è ancora oggi centrale. Il piumino a impunture ondulate – nato da un’intuizione di Fusco quando il mercato stava tornando a chiedere imbottiti – è oggi uno dei segni distintivi del marchio. Accanto allo stile, continua il lavoro sui materiali: dal grafene, utilizzato per migliorare traspirabilità e controllo della temperatura, a nuove fibre di derivazione militare capaci di replicare le performance delle piume naturali. La struttura dell’azienda riflette un’impostazione familiare, in senso letterale e organizzativo. “Siamo in quattro a lavorare in azienda, ognuno con il proprio ruolo. Quando c’è da decidere, ci sediamo insieme“. Attorno, una squadra stabile: “Il 90% dei nostri agenti lavora con noi da 25 anni. Molte persone sono arrivate alla pensione e hanno chiesto di continuare”. La continuità, qui, è un valore operativo prima che narrativo.
Anche sul fronte industriale e distributivo, Blauer procede per consolidamento: sono in corso investimenti su una nuova fabbrica a Montegalda, accanto allo stabilimento storico, e sull’espansione della rete retail diretta: dopo le aperture di Bari e Brescia, altri store sono programmati nel 2026. L’obiettivo è rafforzare l’immagine del marchio e controllare meglio la relazione con il cliente finale. La mostra alla Triennale restituisce questo percorso senza sovrastrutture: campagne, volti, atmosfere che raccontano l’evoluzione di un brand che ha trasformato un’uniforme in abbigliamento quotidiano. Non nostalgia, ma archivio attivo. “Il messaggio – conclude Fusco – è far vedere quello che abbiamo fatto in questi 25 anni. Punto”.
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