Iran, spietata repressione. E la Nobel per la pace Mohammadi è in carcere da un mese
Il 12 dicembre 2025 la Nobel per la pace 2023 Narges Mohammadi è stata arrestata da uomini delle forze di sicurezza iraniane in borghese mentre stava partecipando, nella città di Mashhad, alla commemorazione del settimo giorno dalla morte dell’avvocato Khosrow Alikordi. Con lei sono state arrestate altre note persone che difendono i diritti umani: Alieh Motalebzadeh, Sepideh Gholian, Hasti Amiri e Pouran Nazem.
Da quando era stata rimessa in libertà, un anno prima, le autorità iraniane minacciavano Narges Mohammadi di riportarla in carcere. Le minacce sono andate infine a segno e da 30 giorni lei e le altre persone arrestate sono tenute in isolamento senza possibilità di contattare il mondo esterno. Le è stata concessa un’unica telefonata, il 14 dicembre. Le accuse sono ignote.
La Fondazione a lei intitolata, dall’esilio, continua a parlare a suo nome, non solo per chiedere la scarcerazione delle persone arrestate il 12 dicembre ma anche per denunciare e condannare la nuova ondata repressiva scatenata dalle autorità iraniane negli ultimi giorni del 2025, che all’11 gennaio aveva causato circa 200 morti minorenni inclusi (altre fonti danno cifre assai superiori, ma non sono verificabili in modo indipendente), centinaia di feriti e migliaia di arresti: il tutto nel pieno di un deliberato blackout di Internet.
L’appello iniziale del presidente Masoud Pezeshkian ad “ascoltare le legittime richieste di coloro che manifestano” e a “dialogare coi loro rappresentanti” è stato rapidamente smentito dai fatti. Il 3 gennaio la Guida suprema Ali Khamenei ha parlato di “nemici” e “rivoltosi”. A quella data, secondo Amnesty International e Human Rights Watch, i morti tra i manifestanti erano già stati 28, in 13 città di otto province. I Guardiani della rivoluzione della provincia del Lorestan, una delle più colpite dalla repressione insieme a quella di Ilam (non a caso ci vivono minoranze curde e lori), hanno fatto sapere che il periodo di “tolleranza” era terminato. Il capo del potere giudiziario ha chiesto la pena di morte per tutti i manifestanti.
Come di consueto, inizialmente a uccidere e a ferire le persone manifestanti sono stati soprattutto i pallini di metallo. Il 6 gennaio 2026 un fotografo della città di Ilam ha pubblicato un video in cui mostra il suo volto sanguinante. Mostra uno dei pallini e dice che le forze di sicurezza stanno usando armi da caccia: “Uccidere un essere umano per loro è come fare una battuta di caccia. Pensano che noi siamo le prede e loro i cacciatori”. Poi la battuta di caccia è proseguita ma sono passati alle pallottole vere.
Uno degli episodi più gravi è avvenuto proprio a Ilam. Il 4 gennaio le forze di sicurezza iraniane hanno attaccato l’ospedale Imam Khomeini, dove manifestanti feriti stavano ricevendo cure mediche o si erano riparati: i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia hanno circondato l’ospedale, usando armi da fuoco e lanciando gas lacrimogeni all’interno, sfondando le porte per farsi strada, picchiando chi si trovava nella struttura compreso il personale sanitario e portando via feriti e loro familiari.
La scintilla di questa ennesima protesta, che coinvolge ormai quasi 100 città in 27 province, è la crisi economica frutto dell’inflazione, delle sanzioni occidentali e da ultimo dalla svalutazione della moneta locale, il rial, rispetto al dollaro statunitense. Aggiungiamoci il cronico malfunzionamento dei servizi statali di base, come la fornitura di acqua.
Ma sarebbe riduttivo definire le ricorrenti proteste in Iran in base al ceto, al genere o a un singolo motivo: la scintilla accende il fuoco, che è pronto ad ardere da decenni. Così come non era solo l’obbligo del velo il motivo delle proteste del 2022, oggi a scendere in strada non sono solo i settori direttamente colpiti dalla crisi. Il movimento Donna Vita Libertà ha per la prima volta spinto a manifestare famiglie intere, generazioni successive e persone diverse tra loro. Le minoranze etniche hanno smesso di rivendicare diritti specifici e si sono unite alle proteste nazionali.
Una considerazione finale: le persone che protestano sono sempre più stufe di essere definite, con un bel po’ di orientalismo, manipolate o manipolabili dall’Occidente.
Ridurre tutto a una gestione esterna delle proteste significa negare una storia lunga di resistenza civile e sacrifici estremi, una resistenza che non si è mai spenta anche quando i sedicenti espertissimi nostrani (quelli che adesso postano “I giornaloni ignorano la rivolta in Iran”) pensavano che l’Onda verde del 2009-2010 fosse un fenomeno causato dalla presenza di qualche alga nel mar Adriatico e includevano le proteste del popolo iraniano tra le “primavere arabe”.
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