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Gilles Simon: “Medvedev ha un piccolo mostro dentro di sé. Non tutti possono essere Sinner”

Questo sport che ti rende pazzo“, non è l’ennesima imprecazione di un giocatore rivolta a uno sport che flirta con l’irrazionalità, bensì il titolo del libro che Gilles Simon scrisse nel 2020. In una recente intervista rilasciata a ‘Eurosport France’, l’ex giocatore torna sui temi toccati nel libro, partendo proprio dalla situazione del tennis transalpino.

Simon: “Nascono solo pochi Sinner potenziali”

“Ho visto dei cambiamenti? Sì e no. Sì, nel senso che delle cose cambiano sempre. Nuove persone arrivano nel tennis francese, in particolare in federazione. Ci sono le elezioni. Rispetto al periodo in cui ho scritto il mio libro, c’è un nuovo presidente, quindi vengono introdotte nuove iniziative. Da questo punto di vista, sì, qualcosa cambia, per forza. Ma dall’altra parte, no, perché ciò che secondo me andrebbe cambiato… non cambia”.

Una situazione di stallo per Simon, in cui il tennis francese non riesce più a sviluppare nuovi giocatori di vertice. “L’idea generale non cambia. Il metodo non cambia. In linea di massima, i risultati non possono migliorare. Nel tennis maschile abbiamo sempre molti giocatori che arrivano ai massimi livelli, tra i primi 100 del mondo, come succede ormai da molto tempo. Purtroppo, non abbiamo abbastanza gente all’assoluto vertice”.

Un esempio da seguire potrebbe essere l’Italia, che eccelle sia in quantità di giocatori al top che in qualità di talento: “Hanno sicuramente una grande ondata. La Federazione italiana ha collaborato sempre di più con le varie accademie, cosa che prima accadeva molto meno. Hanno cambiato molte cose nelle strutture. Hanno moltiplicato i tornei in casa, a tutti i livelli. C’è un effetto valanga. Quando vai ai Challenger da loro, metà dei giocatori sono italiani: così, ogni volta, ce n’è uno in semifinale, in finale o che vince, e questo fa avanzare tutto. Tutto ciò spiega il grande serbatoio di talenti che hanno”.

La differenza sta tutta lì – sostiene Gilles Simon – nella capacità da parte dei giovani tennisti francesi di poter fare l’ultimo salto di qualità necessario a competere con i migliori. “Ovviamente, non tutti possono essere Jannik Sinner. Nascono solo pochi “Sinner potenziali” per generazione, e possono nascere ovunque nel mondo. La domanda è: quando ne abbiamo uno, riusciamo a farlo diventare davvero un Sinner, cioè portarlo fino in cima? Gli italiani ci sono riusciti e noi, secondo me, un po’ meno”.

Simon: “Medvedev fuori dal campo è piacevole ma …”

In chiusura il francese torna sul suo rapporto con Medvedev, e sulla loro collaborazione interrotta a febbraio dopo circa un anno. “È estremamente piacevole fuori dal campo, ma quando è in campo durante una partita, ha un piccolo mostro dentro di sé da affrontare che non è facile da gestire. Siamo stati giocatori, capiamo cosa sta succedendo, sappiamo che non si sta facendo alcun favore, ma lo capiamo. È un peccato che venga fuori così, ma lo sapevo prima di lavorare con lui. Tutto il resto è stata pura gioia”.

Poi, nello specifico, parla del lavoro svolto con il russo, specie sull’approccio in risposta. Abbiamo lavorato tutto l’inverno sulla risposta da vicino e, tra l’altro, quando ha fatto semifinale a Wimbledon, ha risposto da vicino. Perché, per me, è perfettamente in grado di farlo. C’era un solo giocatore contro cui avevamo deciso di arretrare, Struff, perché serve a 220 la prima e a 210 la seconda, e questo dava tempo a Daniil. Agli US Open abbiamo avuto una prima disconnessione: ha giocato tutto il torneo rispondendo da lontano, cosa che non si giustificava tatticamente. Sapeva che avrebbe battuto i giocatori che ha battuto rispondendo da lontano — Marozsán, Borges, ecc. — ma la mia analisi era che così non preparava il suo quarto di finale contro Sinner.

“Ma Daniil ha vinto gli US Open, ha fatto finale giocando in un certo modo e, nel suo pensiero, può vincere rispondendo da lontano”, osserva Simon. “Quindi non è semplice farsi ascoltare. È molto complicato per un giocatore uscire dal suo schema abituale quando non ne ha un bisogno assoluto. È inevitabilmente più difficile cambiare delle cose quando arrivi a lavorare con un giocatore di 28 anni, con una traccia già formata, piuttosto che con un ragazzino tra i 15 e i 20 anni”.

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