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“Sotto gli occhi di tutti” di Rosanna Paradiso racconta la tratta che “cambia e si rafforza ma poche donne denunciano gli sfruttatori”

“E’ sempre più difficile contrastare il fenomeno della tratta di esseri umani passato dalla strada al web”.

Lo denuncia Rosanna Paradiso, esperta anti-tratta della Procura di Torino torinese, fondatrice di Tampep, da decenni impegnata verso le vittime dei trafficanti di esseri umani, che rileva come “negli ultimi anni la protezione di donne senza documenti è diventata una legalizzazione del soggetto che si prostituisce, mentre chi è vittima di tratta sempre più difficilmente denuncia trafficanti e sfruttatori”.

La Paradiso, si è recata in Nigeria e in alcuni luoghi dove parte il fenomeno criminale, tenendo anche ai corsi alle forze di polizia locale impegnate nel contrasto alla tratta. E’ inoltre quanto mai attenta al fenomeno, meno visibile ma non per questo meno brutale, dello sfruttamento delle donne cinesi.

Per raccontare la sua lunga esperienza verso la realtà delle sex workers e per documentare un fenomeno drammatico in continua evoluzione, che coinvolge oltre 40 milioni esseri umani, ha scritto il libro “ Sotto gli occhi di tutti”. Il tema della tratta sarà discusso martedì 25 novembre, con l’autrice, presso la Società Dante Alighieri in Via Cesare Battisti 17. 

Perché le denunce delle donne oggetto di tratta sono sempre poche?

La denuncia resta rara per ragioni strutturali e psicologiche. Le vittime arrivano in Italia dopo viaggi

traumatici, indebitate e sotto minaccia. Le reti criminali mantengono controllo attraverso violenza fisica, ritorsioni verso le famiglie e manipolazione emotiva. Le donne temono di perdere l’unica fonte di reddito per sostenere i figli e di essere immediatamente espulse. Il rapporto di dipendenza con i trafficanti e la sfiducia verso le istituzioni riducono ancora di più la disponibilità a esporsi.

Molte non si percepiscono come vittime, ma come persone che devono semplicemente ripagare un

debito. Senza protezione reale e percorsi stabili, la denuncia diventa un rischio troppo alto.

Lei ha affermato che occorre evitare che le vittime di tratta siano espulse e che debbano essere tutelate. Come stanno le cose oggi?

Oggi la normativa permetterebbe protezione. Ma nella pratica la tutela è disomogenea. I tempi dei procedimenti sono lunghi, il rilascio del permesso ex art. 18 non sempre è garantito e molte questure applicano criteri restrittivi. Le vittime intercettate in strada o nei controlli amministrativi rischiano ancora procedure di espulsione immediate, perché non vengono riconosciute come vittime ma come irregolari. I percorsi di emersione funzionano quando c’è una rete forte tra unità di strada, servizi sociali e procure. Dove questa rete è fragile, le donne ricadono nel circuito dello sfruttamento. La protezione resta quindi un diritto previsto, ma non sempre attuato.

Oltre 40 milioni di persone sono coinvolte nella tratta. Non sembra però una priorità politica. Come mai?

Il tema della tratta non porta consenso. È complesso, richiede risorse, implica cooperazione internazionale e tocca fenomeni strutturali come economia sommersa, migrazioni forzate e criminalità organizzata. È più semplice ridurre tutto alla parola “clandestino”, che a livello comunicativo risulta più immediata. La tratta non si vede. Non fa rumore. Le persone sfruttate non votano, non parlano, non manifestano. Eppure l’Italia è un punto di snodo importante, collegato alle rotte nigeriane, balcaniche e cinesi. L’assenza di priorità politica permette alle reti criminali di operare con grande libertà.

Le unità di strada degli anni ’90 con peer educator. Che fine hanno fatto?

Molte unità di strada sono state ridimensionate o chiuse. La precarietà dei finanziamenti e l’intermittenza dei bandi hanno reso difficile garantire continuità. Le équipe che una volta erano presenti tutte le notti oggi spesso escono una o due volte a settimana. La peer education, che era un punto di forza perché permetteva fiducia immediata, è stata progressivamente abbandonata per mancanza di risorse e formazione specifica. Alcune realtà resistono, ma la copertura territoriale è molto più frammentata. L’effetto è un indebolimento dell’intercettazione precoce delle vittime, che oggi sono più isolate e più mobili lungo le rotte interne.

Com’è possibile che lo juju abbia ancora peso. E perché la tratta cinese è ancora più brutale e invisibile?

Lo juju non è superstizione. È un patto. Un vincolo identitario e spirituale che determina appartenenza, paura e obbligo. Il suo potere deriva dal contesto culturale, dalla solitudine delle ragazze in Italia e dal fatto che chi le ha vincolate mantiene contatti con le loro famiglie. Rompere lo juju significa rompere il legame con la propria comunità. La tratta cinese è diversa. Più chiusa, più industriale, meno visibile. Le persone lavorano in laboratori, appartamenti o ristorazione. Parlano poco italiano, hanno movimenti limitati, vivono dove lavorano. Le reti sono verticali, controllate dall’interno e difficili da penetrare. L’assenza di esposizione pubblica rende lo sfruttamento ancora più duro e invisibile. Per questo si intercetta molto meno.

Cosa è cambiato nella prostituzione e cosa resta delle lotte di Pia Covre e del movimento di Pordenone?

La prostituzione è cambiata profondamente. Le strade si sono svuotate, gli appartamenti sono aumentati, il controllo delle reti criminali è più sofisticato, l’online ha modificato i contatti e i prezzi. La presenza di donne europee dell’Est si è ridotta, mentre aumentano le dinamiche legate al debito, alle migrazioni climatiche e ai conflitti. Del lavoro politico avviato da Pia Covre resta l’eredità di un movimento che ha introdotto il tema dei diritti, del riconoscimento e dell’autodeterminazione. Molte delle battaglie che sembravano acquisite sono però oggi sotto pressione. L’abolizionismo morale ritorna ciclicamente. La voce delle lavoratrici del sesso è meno ascoltata. Al contempo, alcune associazioni continuano il percorso con serietà e continuità, ma il movimento non ha più la stessa forza nazionale che aveva negli anni ’90 e 2000. Le sue intuizioni però restano attuali. Senza diritti, senza protezione e senza ascolto, lo sfruttamento si rafforza. E continua a farlo lontano dagli occhi di tutti.

L'articolo “Sotto gli occhi di tutti” di Rosanna Paradiso racconta la tratta che “cambia e si rafforza ma poche donne denunciano gli sfruttatori” proviene da Nuova Società.

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