Trapianto di cuore al San Matteo, il primario Pelenghi: «Oggi se ne fanno meno ma con risultati molto buoni»
Pavia. Tra il 17 e il 18 novembre del 1985 all’ospedale San Matteo si scriveva una pagina della storia della medicina nazionale con il secondo trapianto di cuore in Italia, pochi giorni dopo il primo eseguito a Padova. Quarant’anni dopo il policlinico di Pavia è ancora un riferimento per questi interventi. Dei quattordici centri per il trapianto di cuore quello pavese è tra i tre migliori per tasso di sopravvivenza a un anno dall’intervento. «Rispetto ad altri ne facciamo meno – spiega Stefano Pelenghi, primario del reparto di cardiochirurgia al San Matteo –, ma con grandi risultati. C’è un punto cruciale della medicina, che vale sia per un’aspirina che per un trapianto di cuore: qualunque decisione deve migliorare o la qualità o la durata di vita del malato. Noi lavoriamo di squadra perseguendo questo obiettivo».
Le difficoltà oggi
Il primo trapianto di cuore nella storia fu eseguito a Città del Capo, in Sudafrica, nel 1967. Da lì fino agli anni ’80 la diffusione di questi interventi rimase limitata perché mancavano dei trattamenti di immunosoppressione adeguati e spesso i pazienti morivano pochi giorni dopo aver ricevuto il nuovo organo. Il boom dei trapianti partì dall’83 con l’introduzione della ciclosporina, un farmaco utilizzato ancora oggi che consente il controllo del rigetto verso l'organo.
A distanza di quarant’anni, ciò che più è cambiato in questa tipologia di intervento non riguarda la tecnica. «Dal punto di vista della pratica chirurgica l’operazione è rimasta la stessa dal 1967 – racconta Pelenghi –. La differenza sostanziale è il numero e la qualità dei donatori, che sono calati. Anni fa buona parte degli organi arrivava da morti per incidenti stradali, che fortunatamente sono diminuiti. L’inversione di questo trend si traduce oggi in meno donatori e mediamente più anziani, quindi con cuori donati meno sani».
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Un altro cambiamento riguarda invece il ricevente. «Le terapie farmacologiche e chirurgiche di oggi permettono di sopravvivere anche fino a 70 anni con delle patologie che una volta avrebbero richiesto un trapianto – prosegue il primario di cardiochirurgia –. Questo vuol dire che i riceventi hanno un’età media più alta e una cardiopatia più evoluta. Tutti aspetti per i quali i trapianti eseguiti oggi sono di meno e la sopravvivenza dopo gli interventi è più complicata».
Lavoro di squadra
Pochi organi (e meno sani) a disposizione e pazienti in condizioni più critiche. Il trapianto di cuore oggi è un intervento ancora più complicato che in passato. I numeri però dicono che tra gli operati al San Matteo, che nel 2024 sono stati 15 sul totale di 413 in tutta Italia, il tasso di sopravvivenza a un anno dal trapianto è dell’88 per cento, il terzo dato migliore a livello nazionale, a fronte di una media del 77,2 per cento.
Secondo i dati del Centro Nazionale Trapianti il 2024 è stato un anno record con 4.642 trapianti realizzati in totale (+3,9%), di cui 179 in urgenza nazionale (75 di fegato, 86 di cuore, 14 di polmone, 4 di rene) e 191 pediatrici (79 di fegato, 76 di rene, 32 di cuore, 4 di polmone). L'azienda ospedaliera che ne ha effettuati di più è stata la Città della Salute e della Scienza di Torino (440), davanti all'Ospedale di Padova (413) e all'Ismett di Palermo (276). Primato confermato per il Policlinico di Bari per quanto riguarda i trapianti di cuore (73).
Il segreto di questo successo? Per il primario Pelenghi è il lavoro di squadra. «Si lavora con un team interdisciplinare che include cardiochirurghi, cardiologi, rianimatori, infettivologi, tecnici perfusionisti (che gestiscono la macchina per la circolazione extracorporea) e l'equipe infermieristica – racconta il chirurgo –. I risultati non arrivano perché i nostri chirurghi sono più bravi, ma perché lavoriamo bene sulla combinazione tra donatore e ricevente. Non devo dare il cuore al paziente più critico, ma a quello che sono sicuro che lo fa durare di più. Può suonare male, ma con questa carenza la risorsa da proteggere è il cuore donato più che il ricevente».
Nel 2024 le rianimazioni hanno segnalato 3.165 donatori (+2,3% sul 2023), 1.730 donatori effettivamente utilizzati (+3,6%), con un'età media di 62,6 anni. Tra i 221 ospedali nei quali sono state effettuate le donazioni, i più attivi sono stati quello di Padova (53), il Civile Maggiore di Verona (47) e il Bellaria di Bologna.
Cuore artificiale
Fino ad ora nel 2025 sono stati eseguiti undici trapianti di cuore al San Matteo, di cui tre la scorsa settimana. Tre in meno dell’anno scorso, ma un dato in generale vicino alla media degli ultimi tempi. In quantità ridotte (tre o quattro all’anno) al policlinico di Pavia si fa anche un intervento alternativo per impiantare il “vad”, acronimo per dispositivo di assistenza ventricolare, spesso chiamato anche cuore artificiale.
Per pazienti con insufficienza cardiaca il trapianto e il vad sono due soluzioni alternative, ma non intercambiabili. «Si può ricorrere al vad quando una delle due metà del cuore su cui si interviene funziona bene – spiega Palenghi –. Se la metà di destra è in buone condizioni, si può inserire il sistema artificiale a sinistra per pompare sangue, altrimenti si può solo optare per il trapianto».
Un cuore artificiale costa circa 95mila euro e quando si inserisce una persona nella lista per i trapianti va specificato se può avere accesso anche al vad. «In linea di massima se ne abbiamo a disposizione e il paziente è adatto preferiamo la soluzione artificiale – conclude il primario –. Con un corretto utilizzo di questo sistema si risparmiano dei cuori».
L'Italia è seconda tra i grandi Paesi europei per tasso di donazione: 29,5 donatori utilizzati per ogni milione di abitanti, dietro i 48 della Spagna ma davanti a Francia (28,3), Regno Unito (19,2) e Germania (10,9).