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Il vero ostacolo alla digitalizzazione della Pa non è tecnico, ma umano: c’è una resistenza culturale

Nel mio penultimo post avevo raccontato il paradosso di un’amministrazione che adotta strumenti moderni ma conserva logiche d’altri tempi. Poi, nel successivo, spiegavo che introdurre intelligenza artificiale senza cambiare la cultura interna è come montare un motore nuovo su un’auto che non parte. Questo nuovo intervento chiude il cerchio: il vero ostacolo alla digitalizzazione della Pa non è tecnico, ma umano. Il nodo non è la mancanza di competenze, ma la resistenza culturale.

Negli ultimi anni si è parlato di “rivoluzione digitale” nella Pubblica Amministrazione. Pnrr, cloud nazionale, piattaforme per i servizi, formazione e reclutamento di profili Ict: tutto giusto, tutto necessario. Eppure, la macchina resta lenta. D’altronde, assumere tecnici non basta, se poi il contesto in cui devono operare resta fermo a logiche da ufficio protocollo. La trasformazione digitale non è una questione di software o server: è un modo diverso di pensare e lavorare. E qui la Pa mostra la sua fragilità più profonda. Il problema non è l’assenza di strumenti, ma la presenza di un’abitudine radicata: quella di fare “come si è sempre fatto”. La resistenza culturale si annida nei dettagli quotidiani: chi stampa “per sicurezza”, chi diffida delle riunioni online, chi archivia file digitali per poi inviarli via Pec e attendere la risposta cartacea. È un sistema che fatica a fidarsi della tecnologia perché, in fondo, non si fida nemmeno di se stesso. Il risultato è una digitalizzazione di facciata: piattaforme nuove, processi vecchi. Le stesse carte, solo in pdf. È la burocrazia travestita da innovazione. E quando la cultura non cambia, la tecnologia diventa solo un orpello: una riforma che si ferma allo schermo.

Superare questa resistenza significa intervenire sulla mentalità, non solo sulle competenze. Formare i dipendenti pubblici a usare nuovi strumenti è utile, ma inutile se non si lavora prima sul “perché”. La formazione deve servire a trasformare: non a insegnare pulsanti, ma a diffondere consapevolezza. Il digitale non è un obbligo, è un linguaggio da imparare per comunicare con il futuro. Anche la leadership conta. I dirigenti devono smettere di essere meri custodi di procedimenti e diventare agenti del cambiamento. La leadership digitale non si impone con circolari o linee guida, ma con l’esempio, la visione e la fiducia. Ogni innovazione ha bisogno di un senso condiviso, non di un adempimento in più.

La normativa può aiutare — semplificando processi, favorendo la mobilità e premiando le amministrazioni che innovano — ma non potrà mai sostituire il salto culturale. La vera sfida della Pa non è il “digitale”, ma il “come”. Digitalizzare significa ripensare tutto: flussi, ruoli, relazioni, responsabilità. Finché la Pa continuerà a difendersi dal cambiamento, ogni piano sarà un esercizio teorico. Servono persone curiose, non solo competenti. Servono organizzazioni che imparano, non solo che eseguono.

L’Italia oggi ha gli strumenti per cambiare davvero. Ma la rivoluzione digitale inizierà solo quando la Pa smetterà di temere la perdita di controllo e inizierà a fidarsi del futuro. Le tecnologie accelerano, ma le persone decidono la direzione. Per questo, il problema non è l’algoritmo: è la cultura. E finché quella cultura non si aggiornerà, la Pa resterà sospesa tra due mondi — uno fatto di annunci digitali e l’altro, più reale, ancora scritto a penna.

L'articolo Il vero ostacolo alla digitalizzazione della Pa non è tecnico, ma umano: c’è una resistenza culturale proviene da Il Fatto Quotidiano.

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