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Trump sul carro della guerra d’aggressione di Israele e tutto l’Occidente lo giustifica. Ma si rischia un altro Iraq

Hanno tutti paura di Donald Trump, del magnate presidente vendicativo e tracotante: anche il Papa, si direbbe. Leone XIV dice all’Angelus parole di pace, ma non ne dice una di condanna dell’attacco Usa condotto, poco prima delle due di notte, contro tre siti nucleari iraniani, Fordow, Natanz e Eshahan. Eppure, quella statunitense è una palese aggressione, condotta con modi da Maramaldo, colpendo un Paese ormai tramortito e salendo sul carro di Israele già vincitore, a sua volta d’una guerra d’aggressione contro l’Iran, padrone assoluto dei cieli del Paese nemico, dopo dieci giorni di raid e attacchi con missili e droni.

Il Papa invita a “fermare la tragedia della guerra prima che essa diventi una voragine irreparabile”: “La guerra, dice Leone XIV, non risolve i problemi, anzi li amplifica, e produce ferite profonde nella storia del popolo, che richiedono generazioni per rimarginarsi”. “Che la diplomazia faccia tacere le armi”, è l’appello del Pontefice, che dedica “alle sofferenze della popolazione di Gaza” un’attenzione specifica.

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres esprime preoccupazione: gli attacchi sono, ha detto, “una pericolosa escalation in una regione già sull’orlo del baratro”. Per Guterres, “in quest’ora critica, è fondamentale evitare una spirale di caos: non esiste una soluzione militare. L’unica via percorribile è la diplomazia. L’unica speranza è la pace”. I leader del cosiddetto mondo occidentale sono ancora meno coraggiosi del Papa e di Guterres: hanno tutti toni giustificazionisti, come se l’esistenza di una minaccia, tra l’altro da dimostrare, nella sua imminenza, avalli l’aggressione.

Tutti premettono, alle loro reazioni, la sura che l’Iran non può dotarsi della bomba atomica, proprio come, nel 2003, tutti quelli che avallavano l’invasione dell’Iraq da parte degli Usa dicevano che Baghdad non poteva dotarsi di armi di distruzione di massa (che non c’erano e che non erano neppure in preparazione); tutti invitano alla de-escalation, che è un modo per esorcizzare risposte dell’Iran sopra le righe.

Coi suoi toni sempre trionfalistici e auto-incensatori, Trump si vuole tranquillizzante: per lui, è stata una cosa da “un colpo e via”; adesso, l’Iran in ginocchio negozi. Da Teheran, a caldo, arrivano risposte diverse: missili su Israele, il minimo che ci si poteva aspettare, e dichiarazioni bellicose dei Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran (“La guerra comincia adesso”).

Può anche darsi che, nell’immediato, l’azione letale congiunta di Trump e del suo sodale israeliano Benjamin Netanyahu, ottenga l’effetto di una trattativa e, magari, di un’intesa, meno probabile, anche se nulla può essere escluso, un cambio di regime. Ma le conseguenze di azioni del genere non si misurano a breve, ma nel tempo: nel 2003, il primo maggio, sei settimane dopo l’invasione, e tre settimane dopo il rovesciamento della statua di Saddam Hussein a Baghdad, George W. Bush proclamava, a bordo della portaerei Lincoln, “missione compiuta”. Ma per gli americani e i loro alleati, la guerra sarebbe poi durata almeno altri 12 anni; avrebbe ancora fatto centinaia di migliaia di vittime irachene e migliaia di caduti occidentali; e avrebbe soprattutto innescato altre guerre, generato l’Isis, seminato terrorismo nelle nostre città, soprattutto in Francia, Belgio, Germania, Gran Bretagna.

Nulla ci protegge adesso da uno scenario analogo, pur se Trump afferma che “qualsiasi ritorsione, da parte iraniana, troverà una risposta molto più grande di quanto avete visto questa notte”. Ma c’è la consapevolezza che, ora, tutti gli interessi americani e dei loro ‘complici’ nella Regione saranno “obiettivi legittimi” agli occhi dei Pasdaran e del regime di Teheran. Il timore ha, del resto, indotto gli Stati Uniti a evacuare propri cittadini dai Paesi della regione e anche personale diplomatico, in particolare dall’Iraq, che, 23 anni dopo l’invasione, resta un Paese fragile e instabile, ed ad alzare il livello di allerta e di prontezza delle rappresentanze diplomatiche e delle installazioni militari, 40mila gli effettivi Usa presenti nell’area.

Minacce di reazione vengono dagli Houthi nello Yemen e dalle milizie integraliste sciite filo-iraniane in tutta la Regione: minacce magari spuntate, dopo le azioni condotte contro di loro da Israele e dagli Usa negli ultimi venti mesi, ma difficili da parare al cento per cento. L’attacco all’Iran dovrebbe, infine, insegnare una lezione ai leader in fila per portare a Trump l’elogio e l’encomio, perché ora il negoziato e la pace “sono possibili”: l’assoluta inattendibilità del magnate presidente, la mancanza di rapporto tra quello che dice oggi e quello che fa domani, che si parli di guerra o di dazi, di persone o di valori. Chi si crogiola nella sua approvazione ne sia consapevole.

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