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Il referendum che nessuno voleva, ma che pagano tutti. In fumo 400 milioni tra spese dirette e indirette

E alla fine si è votato. O meglio: si sono sprecati milioni per non votare. Gli italiani, chiamati alle urne l’8 e 9 giugno per cinque quesiti referendari sul lavoro e sulla cittadinanza, hanno risposto con un silenzio eloquente: affluenza sotto il 30%, diserzione di massa, legittima stanchezza. Un flop annunciato, ignorato soltanto da chi vive ancora nell’illusione che il capriccio di una minoranza debba essere il peso della maggioranza. Così mentre il campo largo langue, l’interesse nazionale viene messo da parte, in attesa della prossima tornata ideologica.

Il conto della sinistra lo pagano ancora gli italiani

«Il fallimento del referendum è la prova di una sinistra scollegata dalla realtà, più impegnata a lanciare messaggi ideologici che a dare risposte concrete. Ma il conto — salato — lo pagano gli italiani, costretti ad assistere a una campagna pretestuosa, inopportuna e pasticciata», ha detto Antonio Giordano, deputato di Fratelli d’Italia e segretario generale di Ecr Party.

Ottantotto milioni, è la cifra stimata dalla relazione tecnica del governo, necessaria per aprire, vigilare, presidiare e chiudere 61.500 sezioni elettorali in tutto il Paese, senza contare l’assurdità concreta delle spese accessorie.  Il diritto di voto è sacro. Ma proprio per questo non può essere invocato a piacere. Merita rispetto, responsabilità e misura.

«A cosa è servito? Per cancellare una legge fatta dalla sinistra? Per abbassare a 5 gli anni per la cittadinanza agli immigrati? — incalza Nicola Procaccini, europarlamentare di FdI e copresidente del gruppo dei Conservatori e riformisti europei — «È servito solo a buttare dalla finestra milioni di euro tra costi diretti e indiretti». In pratica: «Le tasse degli italiani».

«I soldi pubblici spesi inutilmente per il referendum dell’8 e 9 giugno si sarebbero potuti usare per: 130 scuole, 6 carceri, 220 impianti sportivi, ⁠500 sale operatorie, ⁠4375 ambulanze, 1297 camion dei vigili del fuoco», conclude l’esponente di FdI.

Meloni: “Una spesa evitabile”

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva avvisato. Il 5 giugno, sul palco de Il giorno de La Verità, aveva detto chiaro: “Vado al seggio, ma non ritiro la scheda. Mi astengo. Perché si poteva cambiare tutto in Parlamento, senza chiedere di spendere altri 400 milioni per interrogare gli italiani su qualcosa che si poteva fare tranquillamente”.

I numeri precisi, certo, dovranno essere quantificati. Ma il principio resta. Il valore simbolico è cristallino: se un Parlamento può legiferare, non si spinge una Nazione sull’orlo del sonno democratico solo per un’operazione di visibilità, se non opportunità, politica. Non si allestiscono seggi, si mobilitano scrutatori, si mandano milioni di carte agli italiani all’estero per una battaglia giocata da minoranze organizzate ma sempre e comunque divise. Perché questo è stato: non un referendum popolare, ma una somma di egoismi partitici mascherati da chiamata alla coscienza civile. 

Una repubblica a suon di referendum

E qui sta il punto. L’Italia è l’unico Stato europeo ad aver celebrato ben 83 referendum nazionali, di cui 77 abrogativi. Un record non di partecipazione, ma di confusione. Perché ogni volta che si preferisce il plebiscito alla responsabilità parlamentare si abdica alla funzione stessa della democrazia rappresentativa. Così il Parlamento si trasforma in sala d’aspetto a causa dei capricci dei progressisti di turno.

Chi invoca la “democrazia diretta” dovrebbe almeno avere la coerenza di sostenerla anche quando a proporla è la destra. Invece no. Quando si tratta di eleggere direttamente il presidente del Consiglio — battaglia storica del centrodestra guidato da Giorgia Meloni — allora i paladini del popolo diventano improvvisamente tecnocratici, centralisti, costituzionalisti a targhe alterne. Il popolo va bene, ma solo quando vota come piace a loro. Se votasse per cambiare davvero, allora diventerebbe pericoloso.

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