Caso Pifferi. Verso la semi infermità mentale? Gulotta: “La Corte d’Assise ha fatto benissimo a disporre una nuova perizia”
Chi è Alessia Pifferi? Una folle, una donna che sa fingere o una persona fragile che alterna lucidità a deliri? Sono gli interrogativi di un caso orribile avvenuto a Milano nel luglio 2022, quando la trentasettenne lasciò la figlia di un anno e mezzo in casa da sola per sei giorni, causandone la morte per stenti.
Sulla vicenda, diventata un caso mediatico, riparte il processo in secondo grado, per decidere sull’imputabilità della Pifferi di omicidio volontario.
La Corte d’Assise d’Appello ha disposto una nuova perizia psichiatrica, che potrebbe aprire nuovi sviluppi per la donna condannata all’ergastolo che è stata oggetto di aggressioni in carcere.
Se risulterà totalmente incapace andrà assolta, si potrebbe invece giungere a una semi infermità mentale tenendo conto di una certa sua quota di di lucidità anche se spesso non era in grado di prevedere le conseguenze delle proprie decisioni. Se invece dovesse emergere la volontà di far del male l’ergastolo sarebbe inevitabile. Insomma Il quadro resta aperto e si valuterà se si tratta di omicidio o di abbandono di minore da cui è derivata la morte.
“La Corte d’Assise d’Appello ha fatto benissimo a disporre una nuova perizia, occorre andare più a fondo sulle condizioni psicologiche” è il commento dell’esperto di psicologia giuridica, avvocato Guglielmo Gulotta.
In due giorni della scorsa settimana due noti programmi su Rai 2 (Linea di confine) e le Iene su Mediaset hanno analizzato la vicenda, mandando in onda anche video inediti.
Alessia Pontenani, legale della Pifferi, ritiene che la sua cliente, condannata all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Milano, dovrebbe essere assolta per l’evidente deficit mentale e un’incapacità a capire che persiste fin da bambina, mentre non sussisterebbe alcun piano per far emergere questo quadro in modo strumentale. Per il pm invece la Pifferi recita una parte e sa mentire. Dello stesso parere è Viviana, la sorella della condannata.
“Fa impressione sentire la bambina lamentarsi mentre lei parla di scemenze” rileva l’avvocato Pontenani che aggiunge: “Lei era in grado di organizzare cose, arrivando anche a inventarsi un battesimo per avere doni e soldi, mandando foto e improponibili bomboniere rosse..”.
“La Pifferi non si rende conto delle conseguenze dei suoi atti. Non si domanda mai cosa può succedere se faccio questo? e dove trova i soldi per l’investigatore per sapere anche quante volte il suo compagno va al cesso? si domanda il professor Gulotta. Per lei conta solo quello che vuole e sente sul momento.
Un rilievo importante, sollevato dall’esperto di psicologia giuridica e avvocato, riguarda i test della psicologa che lavoravasulla prima perizia. Test che riscontrano inequivocabilmente capacità cognitive modeste e parlano di individuo smarrito. Questo in una totale incapacità di progettazione che la conduce anche a prostituirsi per venti euro per poter affittare la limousine con cui andare al lago con il compagno.
“Non è una mangiauomini (com’è stata a volte dipinta n.d.r.), lei vuole essere amata e, non a caso, ora ha manifestato l’intenzione di sposare la compagna di cella” rileva Gulotta, che aggiunge: “Lei cercava una famiglia, una condizione di stabilità, non sesso e dobbiamo andare più a fondo sulle sue condizioni psicologiche”.
E’ accertato che, sin da bambina, la Pifferi aveva manifestato ritardi e difficoltà che si sono aggravate culminando in una gravidanza nascosta con una bambina, nata in condizioni di fragilità, mai vaccinata, mai controllata, di cui si ignora il padre.
E’ da sottolineare come i fatti non avvengano in un luogo sperduto ma nel milanese, un contesto in cui la donna non passava certo inosservata. Elemento che emerge in modo chiaro dalle interviste di alcuni vicini di casa, che avevano ben presente il contesto difficile e le condizioni di gracilità della bambina di un anno e mezzo.
Il silenzio dei servizi sociali
In realtà su questa vicenda qualcuno avrebbe dovuto forse avere maggiore attenzione. Il dito viene puntato sui servizi sociali. Non a caso nel corso del programma “Linea di confine”, su Rai 2, dedicato al caso Pifferi, è intervenuta anche Barbara Rosina, presidente del Consiglio dell’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali, a difesa della categoria, senza mai entrare nel merito della terribile vicenda.
Emergerebbero perplessità sull’approccio che avrebbe caratterizzato i locali servizi sociali, in quanto le difficoltà di questa donna, che non si sentiva madre, (non voleva allattare e stare vicino alla bambina) non erano certo un mistero. Sono tanti insomma gli elementi che avrebbero giustificato un diverso e un possibile intervento dei servizi sociali che avrebbe potuto salvare la bimba. Questo rispetto a diversi casi in cui l’azione degli assistenti sociali viene dipinta quanto mai decisa e decisiva.
“La bambina andava subito tolta alla madre che non aveva mai effettuato un controllo prenatale, che ignora chi sia il padre, a cui non piaceva restare con la bambina e che aveva lasciato da sola anche in altre occasioni. Lei non era in grado di fare la madre” ha ribadito in modo tranchant l’avvocato Pontenani.
A tutto questo Barbara Rosina, in rappresentanza degli assistenti sociali , ha replicato (chissà perché non sono intervenuti in trasmissione i locali servizi lombardi?), riferendo di carenze di organici e colpevolizzando famiglie poco collaborative, oltre a far cenno a questioni di privacy. Per Barbara Rosina si dovrebbe partire dalla mancanza di segnalazioni e di fiducia, trasferendo le responsabilità sulle persone che non hanno denunciato. Questo evidenziando, in termini generali, un ruolo dei servizi sociali di supporto o subalterno a decisioni di altri soggetti o legato al consenso delle persone (emblematico di fronte alla morte di una bambina).
Il timido cenno critico rivolto all’ attivismo e decisionismo dei servizi sociali, e il loro silenzio su questo drammatico caso, è stato affiancato , nel corso del programma su Rai 2 , dalla scritta: “Diana poteva essere salvata?”.
Tornando sulla figura di Alessia Pifferi, Guglielmo Gulotta, evidenziando l’importanza della nuova perizia, ha ricordato come la Pifferi a sei-sette anni fosse già in psicoterapia e avesse bisogno dell’insegnante di sostegno per le capacità cognitive molto basse. Il quadro per il prof. Gulotta è quanto mai drammaticamente chiaro: “parliamo di una persona che ha partorito all’improvviso in un water, asserendo di non sapere di essere incinta. mentre la mamma e la sorella sostengono il contrario. Dire che questa è una persona in sé è faticoso”. Il professore inoltre si domanda: “se non sapeva di essere incinta, come ha ufficialmente sempre dichiarato, possibile che non abbia interpretato alcun segnale dall’assenza di mestruazioni?”
“Non sono un’assassina”
In conclusione Gulotta ha rivolto un pensiero a quella povera bambina abbandonata, che ha sofferto qualcosa di orrendo, arrivando a mordere le coperte per la fame, prima di morire, per poi concentrarsi sulla psiche della madre che non voleva uccidere, convinta di non averla uccisa: “Non ho ammazzato mia figlia. Non sono un’assassina” ha dichiarato la Pifferi.
Per Gulotta i periti nominati ora potrebbero essere in grado di accertare una semi infermità mentale: “La Pifferi non mente quando dice di voler bene alla bambina e che intendeva mettere su famiglia. Lei capisce che è morta perché è rimasta senza acqua, ma è priva di capacità prospettica non retrospettiva. Sa comprarsi i vestiti, sa raccogliere i soldi per la limousine, sa fingere un battesimo on line, ma non sa cosa succeda aldilà del proprio naso. Certo è consapevole dell’antigiuridicità del fatto di lasciare una bambina da sola per tanto tempo con un gran caldo. Tanto è vero che inventa la presenza di una baby sitter”.
Il caso resta aperto.
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