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Calenda non può votare, la scheda è piena e lo mandano via. Alla fine ce la fa (video)

Un Carlo Calenda in abiti casual da “weekend elettorale” — giacca blu, camicia sbottonata e sguardo di chi non ha ancora capito da che parte stare — si è presentato ieri al seggio a Roma per votare al referendum. Convinto, forse un po’ troppo… Entra, si avvicina al tavolo, mostra il documento, prende in mano la scheda elettorale… E «colpo di scena»: i timbri sono finiti. Sì, proprio così. Esauriti. Un po’ come la pazienza di molti italiani che hanno guardato a questo referendum come l’ennesimo congresso del centrosinistra.

Calenda al seggio: “Eh niente, succede”

«Eh niente», commenta, con una scrollata di spalle da borghese rassegnato al grottesco. Non troppo sorpreso, non troppo contrariato. Come a dire: “Il gesto l’ho fatto. Se poi non funziona, non è certo colpa mia”. L’alibi perfetto. Un piccolo teatrino che sembra scritto apposta per un uomo che vuole sempre restare al centro, ma con le mani in tasca. Ma il voto è “sacro”  per un senatore eletto e alla fine è costretto a tornare al seggio per il bis. «Sono riuscito a votare, non mi ero accorto che la scheda fosse piena, e per questa ragione sono andato a cambiarla».

Un leader che “galleggia” al centro

La scrutinatrice, ligia ma non impietrita, infatti, gli indica la trafila: «Vada in via Petroselli, le rifanno subito la scheda». Calenda sorride sotto i baffi, incassa il consiglio, e uscendo dal seggio lascia un commento che sa più di didascalia che di dichiarazione: «Sono andato a votare e avevo anche la scheda esaurita. Detto questo, sono un senatore eletto: è giusto che chi è eletto vada a votare. Dopodiché sui referendum… è una lunga prassi. Chi vuole andare va, chi non vuole andare non va: vuol dire che non è d’accordo con i quesiti, e non c’è nulla di antidemocratico in questo».

Una frase per ogni punto cardinale: a nord il dovere istituzionale, a sud il distacco, a est la prassi, a ovest la libertà d’astensione. Il tutto tenuto insieme da un tono piatto, da comunicato forse studiato forse improvvisato, dove nulla però pesa davvero ma tutto “galleggia”. Come sempre, Calenda va — e resta — al centro.

Stoccate a sinistra, per strizzare un occhio a destra

E non finisce qui. Perché mentre il centrosinistra si contorce sulle percentuali d’affluenza — drammatiche — e il referendum sembra avviato al solito epilogo del «fallimento annunciato», Calenda sgancia un’altra bomba: «Se la destra avesse usato una manifestazione su un dramma umanitario per aggirare il silenzio elettorale, avremmo tutti, giustamente, stigmatizzato questo comportamento. È esattamente ciò che è accaduto (nella piazza per Gaza a Roma sabato scorso ndr)». E ancora: «In un referendum con quorum l’invito a votare equivale ad un’indicazione di voto. Il corretto funzionamento di una democrazia non si difende solo quando fa comodo»

Centrismo come professione

Più che una frecciata, un invito al galateo costituzionale. Ma, si sa, tra il dire e il votare passa la realtà. E Calenda, che ormai ha fatto della posizione ambigua o, si potrebbe azzardare, ambivalente, un mestiere più che un orientamento politico, si smarca senza schierarsi, col tono di chi non ci crede ma non lo dice troppo forte. Il referendum? Una lunga prassi. L’astensione? Non è un peccato. La scheda? Finita. E così anche la voglia, forse, del leader di Azione stufo di appoggiare i capricci della sinistra.

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