Buddy è l’amico che aiuta a integrarsi, a Ivrea coinvolte trenta persone
IVREA. L'integrazione è un percorso complesso, ma a volte le soluzioni più efficaci sono anche le più semplici. È questa l'idea alla base del programma Community matching, iniziativa dell'Unhcr che grazie all’associazione Nemo-In.Forma.Citt@ e Ciac (Centro immigrazione asilo cooperazione internazionale di Parma e provincia) sta prendendo piede anche a Ivrea. Il concetto è chiaro: abbinare una persona o una famiglia con un background migratorio con un volontario locale, un buddy (compagno o amico), per offrire supporto pratico e morale nel delicato processo di adattamento a un nuovo Paese.
L'obiettivo primario dei buddy è la creazione di un legame umano, un’amicizia che offra comprensione e un senso di appartenenza. Un buddy può anche facilitare l’orientamento nella vita quotidiana: dalla burocrazia all'accesso ai servizi, dall'apprendimento della lingua all'inserimento sociale e lavorativo. A Ivrea, il programma si inserisce in un progetto più ampio chiamato Living better, finanziato dalla Fondazione Compagnia di San Paolo.
Veronica Davico, operatrice del progetto, spiega: «Living Better risponde a diversi bisogni. Il community matching, in particolare, punta alla creazione di relazioni sociali, con l'obiettivo di formare comunità coese, dove le relazioni personali fungano da rete di protezione per i nuovi arrivati». L'incontro è tra due mondi che si arricchiscono a vicenda: da un lato, volontari locali (italiani o stranieri da tempo residenti qui, con una solida rete sociale e conoscenza del territorio); dall'altro, stranieri appena arrivati, spesso privi di riferimenti e di una rete sociale strutturata. E l'esperienza dimostra che i benefici non sono a senso unico. Se costruisce un supporto vitale per accelerare l'integrazione e ridurre il rischio di emarginazione, i volontari arricchiscono la propria vita con nuove prospettive, scoprendo culture diverse e provando una profonda gratificazione personale. Il compito di Veronica Davico è proprio quello di individuare le «persone giuste da abbinare».
Ma come avviene questo delicato processo? «Cerco di capire gli interessi reciproci, il percorso formativo, la situazione familiare – spiega – e ci si concentra molto sugli interessi personali, le aspettative e le motivazioni che hanno spinto ad aderire al progetto». È un approccio che mira a gettare le basi per nuove amicizie autentiche, costruendo comunità più accoglienti, solidali e inclusive. Il cuore del programma community matching è nel “patto d’avvio”, un elemento che lo distingue da una semplice relazione amichevole. «Questo patto crea una cornice che tutela entrambi i buddy – specifica Davico – si individuano gli obiettivi da raggiungere nei primi tre mesi e si crea un percorso condiviso, che può essere una conversazione per migliorare l'italiano, uno scambio linguistico o anche la condivisione di ricette di cucina».
L’esperienza a Ivrea, avviata nel febbraio 2024, è ancora giovane ma promettente. Un aspetto fondamentale è che la relazione tra buddy è paritaria, sradicando l'idea di un progetto fatto solo di assistenza. «Spesso c’è una differenza di età tra il volontario italiano, talvolta più avanti con gli anni, e lo straniero – osserva Davico – ma ciò che emerge è una relazione speciale, un arricchimento reciproco». Le nazionalità dei partecipanti sono un mosaico culturale: Giappone, Nigeria, Mali, Costa d'Avorio, Guinea, Camerun e Venezuela sono solo alcuni esempi. Questo dimostra che l'integrazione non è solo un dovere, ma un'opportunità di crescita per l'intera comunità. L'incontro tra culture diverse, se gestito con apertura e solidarietà, può generare una società più ricca. A Ivrea, circa 30 persone sono già coinvolte (per maggiori informazioni, si può consultare la piattaforma online del (Centro immigrazione asilo e cooperazione).
Il futuro del progetto è ricco di novità. «Faremo partire un laboratorio di cucina dal mondo, condividendo ricette e raccontando le loro origini – annuncia Davico – inoltre, cercheremo di ampliare la rete dei buddy e intensificare le attività con quelli già attivi. Lo scopo finale è che questo momento sia vissuto come un arricchimento personale, non solo per gli stranieri, ma anche per gli italiani, che potranno conoscere l'altro senza vederlo come qualcuno di ostile». Creare comunità più inclusive, accogliere gli arrivi come una risorsa e far sentire le persone nella loro piena dignità: questi sono i pilastri di un cambiamento positivo per tutti. È un invito a vedere il mondo con uno sguardo nuovo. Il programma community matching ci ricorda che la vera integrazione fiorisce quando le persone si incontrano, si conoscono e si aiutano reciprocamente, un passo alla volta, un buddy alla volta.